La massificazione delle notizie, la loro sovrapposizione, la rincorsa a ciò che può creare scandalo, rendono assai diverso il mondo attuale rispetto a quello che hanno vissuto i nostri genitori ed, in parte, abbiamo vissuto noi sino all’inizio degli anni ‘80. Chi, come noi Carabinieri, aveva l’obbligo di comunicare tempestivamente al Centro e, a scendere, fino al livello comando di gruppo, immediatamente superiore a quello del proprio livello,avvenimenti di rilievo, riusciva il più delle volte nell’intento. Le attività dei giornalisti, sempre che non fossero alimentate da scoop, giungevano successivamente . Questo apparente rallentamento del circuito mediatico consentiva il raggiungimento di un importante obiettivo: se da una parte , infatti, occorreva essere sempre molto attenti alla vita del territorio, dall’altra gli eventi importanti, l’omicidio, la strage, l’inondazione o il terremoto, restavano fermi nell’immaginario collettivo e non venivano facilmente dimenticati.
Perché tutto questo preambolo? Lo ho fatto per evidenziare come la Storia, anche se drammatica, sia stata vissuta da me, in questi ultimi venti anni, come un susseguirsi stratificato di emozioni, spesso difficili da incasellare e da mettere in relazione tra di loro. Ed allora ben vengano le rievocazioni, ancora più importanti quando servono a mobilitare coscienze, come la mia, sopite, quasi disinteressate. E, in questa ottica, ho tratto grande beneficio nel partecipare , in occasione del ventennale della Guerra di Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, all’anteprima della proiezione del film documentario “ MILLE GIORNI A SARAJEVO “ di Giancarlo Bocchi.
Siamo nel 1994,e l’Autore fa una scelta di vita: giornalista-regista, decide di documentare, stando con loro, l’impegno di tre cittadini di Sarajevo nella prima linea della loro Città martire. Accerchiata per mille giorni, gli abitanti non si definirono soldati, non si ritennero “impiegati della guerra”, difesero con tanto sacrificio, fino a quello della vita, il loro territorio.
Alija, ex funzionario televisivo, Graca, un grafico di un giornale, Hidajet, un ex manager di una grande azienda di Stato, si incamminavano al tramonto verso la prima linea e ritornavano la sera dopo, al calar delle tenebre. Sembrava che facessero un lavoro qualsiasi, capace di spezzare dentro anche l’uomo più coriaceo, facendogli accettare la banalità dell’orrore, la quotidianità dell’assassinio.
Bocchi ha avuto il merito di penetrare con gli occhi propri e della telecamera in una guerra così dolorosamente inspiegabile ed avvolta dalle nebbie della storia, come quella jugoslava, vivendo la drammaticità degli eventi , con un vissuto del tempo che è reale, correndo il rischio di essere colpito, accomunandosi ed accompagnandosi ai combattenti assediati, fin nelle loro ragioni di disperazione e rassegnazione, insieme.
La visione della pellicola, trentatre minuti, non lascia spazio a scene di sangue, di morte anche se la Morte è protagonista assoluta del filmato. Parlano di Essa i muri delle case, colpiti da cannonate senza risparmio, i boschi senza alberi, tagliati per la cottura dei cibi e per il riscaldamento, gli abiti a brandelli della popolazione, le corse disperate per l’attraversamento delle strade, sottoposte al tiro implacabile dei cecchini. E’ un film sul “ tempo ”. Della vita, della morte e della “Storia”. Il “tempo” sulla prima linea si dilata, fino a sembrare tutto irreale, senza tempo. Un minuto può durare un anno, un giorno una vita eterna. In trincea tutto si annulla. Un secolo intero, il ’900, si appiattisce tra le trincee della Prima guerra mondiale e quelle della Guerra di Bosnia.
Vincitore di molti premi, il film, acquistato dalla RAI, non è stato mai programmato. Mancanza di sangue, assenza di morte evidente? Forse, se i tentativi di rimontarlo con spezzoni tragici di scene di quel martirio hanno trovato il netto rifiuto dell’Autore.
Anche il filmato “il tunnel segreto di Sarajevo”, di cui è stato proiettato uno spezzone della durata di tre minuti, è un documento unico, di rilevanza internazionale. Esso riprende il percorso sotterraneo dell’unica via di rifornimento dall’esterno della cinta di assedio verso la Città. I guadagni, realizzati per il noleggio orario dell’unica via di sopravvivenza, devono aver avuto ragione della più bieca cattiveria verso la popolazione . Ma la importanza della testimonianza non ha convinto la RAI del tempo che ne ha ostacolato l’acquisto poco prima della messa in onda. E , così , fu pure per il documentario “ Morte di un pacifista “ che svelava i retroscena dell’assassinio di Gabriele Moreno Locatelli, l’unico italiano che perse la vita durante l’assedio di Sarajevo. Il filmato portò all’apertura di un’inchiesta giudiziaria internazionale ed alla concessione dell’autorizzazione a procedere del Ministero della Giustizia per “omicidio politico commesso all’estero”. La pellicola in seguito fu acquistata e mandata in onda da TELE+ ( oggi Sky TV ).
A vent’anni dal conflitto si può dire che, all’epoca, ci fu “una guerra nella guerra”. Una guerra contro le falsificazioni, le manipolazioni, l’occultamento della verità. Una guerra combattuta da pochi contro molti. Una guerra triste, come tristi sono tutte le guerre, che ha visto morire 11600 abitanti di Sarajevo, che ha sterminato, ad opera di cecchini, 1100 persone di ogni età e sesso, bambini compresi.
Una guerra spietata, una città devastata, un’economia rimasta segnata dalla povertà e con minime speranze di affrancarsi dal mare oscuro delle divisioni etniche allorquando le forze di interposizione lasceranno quelle genti a regolare i loro conti di incultura, odio, ignoranza.
Una guerra dimenticata, in un’ Europa distratta e colpevolmente assente.
Un abbraccio a Tutti,
Carlo Minchiotti.
