lunedì 28 novembre 2011

Ma di chi è la colpa?

L’ultima riflessione sulla crisi pubblicata sul Blog ed il relativo commento di Carlo Mori hanno evidenziato tutti gli interrogativi che mi hanno portato ad essere così presente in questo nostro contesto comunicativo: perché siamo arrivati a questo?; in cosa abbiamo sbagliato?; cos’è che ci fa vedere e giudicare in modo così diverso lo stesso fatto?. Domande che continuamente mi pongo e che più volte ho a voi tutti posto.
Carlo ha fatto un’analisi tecnica della crisi ed ha pienamente ragione quando dice che l’economia mondiale è in mano a pochi potenti senza volto e senza scrupoli o che l’iniqua globalizzazione in atto ha, di fatto, creato concorrenza sleale o che la moltitudine degli uomini è in contrasto con la riduzione delle risorse naturali. Egli ha anche ragione quando dice che, in Italia, il governo di turno potrà fare ben poco e che dobbiamo aggrapparci alla speranza che le cose non peggiorino. Ciò nonostante, così come l’autore dell’articolo, anche se non ne capisco il motivo, io mi sento in colpa.
Forse perché non ho insegnato ai miei figli che la lettura di un “classico” può darti di più di cento programmi televisivi; forse perché non ho trasmesso la consapevolezza che la religiosità Cristiana si manifesta con il comportamento giornaliero più che con la Messa settimanale; forse perché non sono riuscito a far vedere che un pantalone acquistato dal mercato, se ben pulito e stirato, fa migliore figura di un pantalone “firmato” ma sgualcito; forse perché ancora oggi non riesco a convincere mia moglie a non sentirsi e comportarsi come la colf dei nostri figli anche quando non ne hanno bisogno; forse perché non sono riuscito a dimostrare che la fortuna è per pochi e che ogni conquista, materiale ed intellettuale, necessita di sacrificio e di dedizione totale al lavoro e allo studio.
A molti questa sembrerà pura retorica, forse anche un po’ ipocrita se espressa da uno che si vanta di essere pragmatico, ma io credo che l’esatta rappresentazione del mondo reale, fatta da Carlo, sia il risultato di una serie di condotte, anche omissive, alle quali nessuno di noi è stato capace di sottrarsi. Condotte illecite, come fornire alloggio e lavoro ai clandestini per avere maggiore guadagno in nero o corrompere il politico di turno per avere l’appalto; condotte lecite come indebitarsi oltre il dovuto per avere l’auto o la vacanza di grido; condotte omissive come sostituire il vuoto della nostra assenza fisica con regali costosi ed inutili; condotte masochistiche come quelle di farci fagocitare la mente per la semplice voglia di avere un’etichetta o di appartenere ad un gruppo e vivere con stereotipi. Io credo, in sostanza, che alla catastrofica situazione mondiale indicata da Carlo noi abbiamo contribuito, non come semplici spettatori, bensì come attori protagonisti perché, in realtà, l’odierna società rappresenta il nostro modo di essere.
I pochi potenti senza volto e senza scrupoli ed i tanti politici, di destra o di sinistra, ai quali Carlo ha fatto riferimento, esistono perché, come vampiri, hanno la capacità di estrarre la loro vitalità dalla massa; i primi ci hanno convinti utilizzando “il benessere” ed il consumismo, gli altri “le ideologie”. Il risultato è una società dove i naturali bisogni primari sono stati sostituiti da beni voluttuari che appagano l’immagine e dove la tradizionale continuità del binomio famiglia/lavoro ha lasciato il posto alla saltuarietà e convinta dissolubilità sia dell’una che dell’altro. Credetemi, la stessa precarietà è sentita come una catastrofe più dalla nostra generazione che dai giovani che la vivono.
Abbiamo la sola speranza come via d’uscita ….. o, seguendo gli anatemi savonaroliani, dovremmo fustigarci e fare penitenza …… non lo so; credo, però, che le crisi siano sempre esistite nel mondo e che la loro nascita, in realtà, sia sempre stata la fine di una precedente crisi. Voglio, quindi, essere ottimista e concludere con la certezza che ad un ridimensionamento del nostro tenore di vita (solo per il ceto appartenente alla media e bassa borghesia perché i ricchi diventano sempre più ricchi) seguirà un periodo di maggiore stabilità. Ai politici incapaci, poco onesti, corrotti o corruttibili, ci penseranno gli indignati (quest’ultimo pensiero, però, potrebbe essere giudicato come condotta omissiva o, più semplicemente, come paraculata).
Un abbraccio a tutti
Francesco

sabato 26 novembre 2011

Fine di un'illusione?!

Come sostiene il buon Giggetto, da pensionato e rinchiuso nel mio “eremo”, mi godo le giornate e quanto una vita lavorativa alquanto intensa e movimentata (anche con qualche sacrificio) mi hanno permesso di realizzare: una famiglia, dei figli, una casa e magari anche dei simpatici cagnetti!
Mi sono inventato una marea di cose che tento di portare a termine, facendo più danni di quanti ne metta a posto; ma soprattutto, vivo in giardino curando le piante, sottoponendole all’ammujina muliebre o scorticandomi per tenere in ordine le bouganvillee o pomiciando letteralmente con il prato.
Dato che sono finalmente padrone del mio tempo, mi trastullo anche in “riflessioni” che assumono sempre più i connotati dei “bilanci”; sapete, quando si fanno le somme algebriche tra il “dato e l’avuto” in una vita intera.
La prima cosa che mi viene in mente è che la nostra generazione la si può definire “fortunata”: quasi tutti abbiamo trascorso un’infanzia ed una giovinezza “al verde” (ricordo ancora che ci si fumava una Nazionale in quattro!) ma quasi tutti abbiamo raggiunto i traguardi che auspicavamo. Non ci è stato regalato niente, niente ci è stato risparmiato in termini di studio duro, di lavoro impegnativo -spesso anche pericoloso- ma abbiamo vissuto la vita che volevamo vivere.
Abbiamo cresciuto i nostri figli, mettendo a loro disposizione tutto ciò che avrebbe dovuto condurli verso mete ambiziose e che noi, alla loro età, non abbiamo mai avuto, nella speranza che si avrebbero potuto affrontare meglio la VITA.
Nonostante ciò, è accaduto qualcosa di impensabile, di crudele che ha distrutto la società che avevamo ereditato dai nostri padri e nella quale abbiamo raccolto molto e, evidentemente, seminato poco….Sì, perché abbiamo pensato che tutto fosse automatico, che cercare un lavoro, con o senza laurea, fosse soltanto questione di tempo e che il tempo di attesa fosse comunque “fisiologico”, come lo era stato per noi.
Invece; invece per la prima volta nella storia, i figli vivranno una condizione economico–sociale di gran lunga inferiore a quella dei padri.
Le terrificanti percentuali dei giovani disoccupati sono semplicemente mortificanti, mentre la maggioranza di chi lavora non svolge mansioni attinenti al titolo di studio conseguito, ma soprattutto è un lavoratore “precario” con un contratto a termine ed il più delle volte non rinnovabile.
E non voglio (né so) addentrarmi nella giungla dei “contratti a tempo determinato” più o meno camuffati, dei “contratti di collaborazione” o “a progetto” ed amenità varie, perché mi sembra che, alla fin fine, il risultato sia sempre lo stesso: tutti a casa!
La conseguenza pratica ed immediata è che quel giovane (oggi si è definiti giovani anche a quarant’anni!) è costretto a tornare a casa dei genitori, con scarse possibilità di uscirne: vive mortificato di dover chiedere periodicamente il necessario per la sopravvivenza, proprio a quel genitore che lo aveva orgogliosamente sostenuto nel suo progetto di vita e dal quale aveva sempre ascoltato parole incoraggianti, inneggianti al sacrificio, per un futuro migliore.
E’ vero che i posti di lavoro sono insufficienti come mai nella storia, ma è altrettanto vero che, per arginare l’emorragia prima e cercare di incrementarli dopo, poco o niente si è fatto per i nostri figli, con l’aggravante che sono stati definiti tutti indistintamente “bamboccioni”: oltre al danno, la beffa!
E la rabbia di noi genitori sale ancor di più nell’ascoltare i nostri politici che, da mesi, continuano a mettere pezze, partorendo provvedimenti che servono solo a fare cassa, senza alcun accenno ad investimenti immediati per produrre forza lavoro. E, senza lavoro non si percepisce stipendio, senza stipendio non si fanno progetti di vita, senza progetti l’economia collassa, senza progetti non c’è futuro, senza futuro non c’è speranza!
Come genitore, mi sento in colpa per non aver impedito che tutto ciò accadesse; per aver dato credito ad una classe politica che, succedutasi con vessilli diversi, ha reiterato lo stesso peccato di incapacità di produrre ricchezza per il nostro Paese, sperperando le risorse in obiettivi inutili e clientelari.
Ed allora, mi e Vi chiedo: i miei, i nostri sacrifici economici saranno sufficienti per consentire una vita libera e dignitosa ai nostri figli? E cosa ne sarà della generazione successiva, cioè dei nostri nipoti, quando le nostre modeste scorte economiche saranno esaurite?
Malinconicamente,
U.d.B

lunedì 21 novembre 2011

Etica militare e deontologia giudiziaria

La maggior parte dei fine settimana mi piace passarla sul lago di Garda, un po’ perché mi ricorda il mare, un po’ perché respiro aria pulita. Ieri ero rimasto a Milano perché compiva gli anni mia moglie e, per tutto il giorno, ho subito, piacevolmente, il via vai dei figli, degli amici, dei cani dei figli e degli amici etc. etc. etc.. Quando, verso sera, credevo stesse tornando la normalità, ho ricevuto una telefonata del buon Ettore il quale, previa cazziatura per una mia presunta latitanza, mi ha posto le seguenti due domande: "Ma tu che hai vissuto nei due diversi contesti, ritieni più pregnante l’etica militare o quella giudiziaria?”; “se è giusto che un Militare in servizio non si schieri a favore di una determinata fazione politica perché la stessa cosa

non deve valere per un Magistrato?”
. Se non fosse stato Ettore, avrei pensato: “ma questo, la sera della domenica, non ha niente di meno pesante a cui pensare” ma lui è l’anima della nostra ritrovata amicizia e la sua voglia di sentirsi parte attiva del mondo sociale, e non solo militare, che lo circonda è da me condivisa al cento per cento.
Quando fu pubblicata la legge, 11/06/1978, “Norme di principio sulla disciplina militare ed istituzione della rappresentanza militare” , ero ancora in servizio c/o il III btg. Trasmissioni di Milano e il mio comandante, sapendo che ero studente dell’ultimo anno presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, mi chiese di commentare la Legge a tutti gli Ufficiali e Sottufficiali che ne fossero interessati. All’epoca, ero
meno pragmatico o cinico e ricordo che, al di là dell’interpretazione letterale, mi soffermavo molto sui richiami costituzionali, evidenziando che quella era una legge dettata dai moti politici/sociali del periodo ma che coloro che avevano scelto di essere Militari non avrebbero mai avuto, nonostante la Legge, tutti i diritti costituzionali riconosciuti agli altri cittadini. Il concetto che avevo e che ho mantenuto nel tempo si può così sintetizzare: “Chi sceglie di fare il Soldato acquisisce un potere di imperio che, in certe circostanze, può essere assoluto ed estremamente pericoloso per gli altri. Per questo deve mantenersi fedele non a uomini o a fazioni ma ad un modo di essere che si manifesta con il credere, in maniera assoluta, al giuramento fatto”. I Militari hanno un’etica dettata dalla tradizione e dal ceto al quale, nel passato appartenevano, ma i principi comportamentali che regolano il loro servizio non sono norme deontologiche bensì norme giuridiche. La differenza è sostanziale: le prime sono emanate dallo stesso organo di appartenenza e, a parte qualche sanzione disciplinare, non hanno potere coercitivo; le seconde sono emanate dall’organo legislativo dello Stato e hanno valore di legge. In sostanza il comportamento dei Militari in servizio non è regolato dalle Forze Armate bensì da quell’Organo supremo verso il quale hanno giurato e, a mio avviso, è giusto che sia sempre così.
Diversa è la situazione dei Magistrati. Essi non hanno norme comportamentali imposte dalla Legge, se non i principi generali del Diritto e della Costituzione, e, da sempre, tentano di generare, nel proprio interno, un complesso di norme deontologiche alle quali attenersi. Le ultime norme redatte ed emanate da ANM risalgono al 19 novembre del 2010 ed in esse, dopo anni di contrasti con la politica, traspare la volontà di apparire come una istituzione indipendente. In

realtà, nella formazione di queste norme, che ripeto non riportano comunque alcuna coercizione, è emersa, più che altro, una forte divisione nel loro interno e i punti che avrebbero dovuto affermare l’indipendenza e l’imparzialità rispetto alle fazioni sono stati più volte modificati e stravolti. Gli articoli di riferimento sono il 7 e l’8 e, quando è stato presentato un testo che sanciva l’impossibilità di candidarsi o di accettare cariche politiche da parte di Magistrati che avevano assunto importanti mansioni istituzionali, 12 rappresentanti su 20 hanno votato contro.
Come ho più volte ribadito, nella mia vita professionale, pur avendo subito gravi errori giudiziari, devo onestamente dire che la maggior parte dei Magistrati che ho conosciuto si comporta con onestà, imparzialità e professionalità ma, altrettanto onestamente, devo ammettere che la carenza di norme comportamentali emanate dal Legislatore genera, nella Magistratura, privilegi e immunità che non si addicono all’importanza istituzionale da essa rivestita ed ai compiti che gli stessi Magistrati hanno. Se il potere di imperio dei Militari è assoluto in tempo di guerra o in situazioni di emergenza o all’interno di una caserma, non lo è da meno il potere che i Magistrati hanno sempre ed in qualunque circostanza. Mi rifaccio, quindi, a quanto magistralmente affermato da Carlo Mori e, come lui, auspico la speranza che si possano avere dei Magistrati scelti sia in base alla preparazione che all’equilibrio psicologico; che entrino in Magistratura attraverso un percorso lungo e formativo e che facciano un Giuramento al quale dedicare la propria vita.
Voglio, però, chiudere con una domanda: “Perché il potere legislativo, pur avendone il potere, non emana norme comportamentali aventi forza di legge come ha fatto per i Militari?”.
Un abbraccio a tutti,
Francesco.

sabato 19 novembre 2011

Ciao Spillo!!!


A vederti, sembravi essere “solo” un cane, caro, vecchio, amico Spillo; un piccolo, innocuo cane come tanti altri della tua razza.
Abbiamo trascorso insieme oltre quattordici anni, durante i quali sei sempre stato, soprattutto, un essere vivente dolce e fedele che, in quanto ad affetto, dava senz’altro dei punti a tanti che si millantano come “umani”.
Mi mancherai, Spillo!
Mi mancheranno le pennichelle che ti facevi sulle mie ginocchia; mi mancheranno i tuoi mai riusciti tentativi di infilarti da solo sotto la tua copertina; mi mancheranno le tue innumerevoli pisciatine su ogni cosa, comprese le zampe delle sedie della cucina o i cartelloni pubblicitari del giornalaio sotto casa a Parigi; mi mancherà la tua felicità quando rincorrevi la pallina che ti lanciavo in giardino; mi mancheranno le feste che mi facevi ogni volta che tornavo dal lavoro; mi mancherà la gioiosa impazienza quando ti facevo vedere il tuo guinzaglietto, promessa di una sgambatina in paese; mi mancheranno....
Ora, non ci sei più; ti ho avvolto nella tua copertina e ti ho seppellito in una buca profonda in quel giardino che tanto amavi e su cui ti sdraiavi per catturare il calore del sole o la frescura dell’ombra, quasi inseguendo l’uno o l’altra.
Mi consola solo il fatto che hai trascorso una vita serena; non ti sei fatto mancare niente: dalla birra al caffè, dalla crema Chantilly al rigatone all’amatriciana.
Ciao, Spilletto; ciao!
Ettore.

P.S.
Scusatemi se ho approfittato del NOSTRO Blog. Grazie.

giovedì 17 novembre 2011

Buon lavoro, Ammiraglio!!!


L'Ammiraglio Giampaolo Di Paola è nato a Torre Annunziata (NA) il 15 agosto 1944 ed è entrato all'Accademia Navale nel 1963.
Sommergibilista, ha prestato servizio in Organismi internazionali, oltre che allo Stato Maggiore Marina,
Dal '94 al 1998, e' passato allo Stato Maggiore della Difesa, come Capo del Reparto Politica Militare. Il 30 novembre 1998, e' stato nominato Capo di Gabinetto del Ministro della Difesa. Dal 26 marzo 2001 al 9 marzo 2004, è stato Segretario Generale della Difesa/DNA; il 10 marzo 2004, è stato nominato Capo di Stato Maggiore della Difesa. In questa veste, ha coordinato la pianificazione di tutte le più recenti missioni internazionali dell'Italia, dall'Iraq all'Afghanistan. Ed è proprio la capacità dimostrata nel gestire queste delicate operazioni "fuori area'" - con senso pratico, ma anche la necessaria diplomazia - che gli è valso quel consenso senza cui il 26 giugno 2008 non sarebbe stato nominato Presidente del Comitato Militare dell'Alleanza Atlantica, con scadenza a fine giugno 2012.

U.d.B.

mercoledì 16 novembre 2011

Fantamilitaria?!

Tutti gli Uffici Operazioni di tutti gli SM del mondo, si sa, sono il cuore, il cervello, l’anima dei rispettivi Eserciti e quello dello SME non fa eccezione; solo i meglio dei meglio possono ardire ad entrare a farvi parte; sono richieste doti non comuni, quali l’elevata propensione a tacere (per la tutela del segreto!), l’assoluta dedizione al servizio ed un sistema di timpani semplicemente extra per resistere alle urla beluine.
Ma il “cuore” di questo cuore è rappresentato dalla Sala Operativa, dotata dei più avanzati e costosi sistemi di comunicazione, di aggiornamento dati, di ricerca automatizzata di archivio; qui l’accesso è permesso solo agli unti ed il suo Capo, più unto di tutti gli unti, si può fregiare dell’appellativo di inclito.
Quel giorno di marzo di un anno degli anni ’70 (quando imperava la Serie 700, quella della risposta massiccia e del posto scoglio), la mattinata era trascorsa come tante altre: la solita decina di arresti comminati a pioggia, i soliti problemi di collegamento con la “periferia”, il solito urlo delle 1035; l’unico diversivo fu il leggero trauma celebrale riportato da un Sezionario che non era stato abbastanza rapido nello schivare la solita cartella lanciata dal Capo Reparto.
L’inclito si apprestava a ricevere i soliti rapportini dalla “periferia”, con tanto di chiedenti visita e di ricoverati in infermeria, di militari in licenza e di mancati rientri, di ammessi al rancio e di automezzi fuori uso: diciamo una grossa fureria a livello nazionale!
Mentre l’inclito stava redigendo di suo pugno il rapportino riepilogativo, una lucetta gialla, indicante Verona, cominciò a lampeggiare; l’inclito, forte delle esperienze e dei cazziatoni precedenti, non ci fece caso più di tanto, imputando il fenomeno al solito malfunzionamento; ma la lucetta continuava a lampeggiare insolente, tanto che l’inclito cominciò ad avere qualche sospetto.
Meravigliandosi non poco della propria audacia, si scoprì a ragionare in maniera autonoma, tanto da collegare il lampeggio con la sede che indicava nientepopodimeno che West Star: altro “cuore, cervello ed anima” ma di dimensioni inimmaginabili. Basti pensare che, già da allora, la sede era collegata con SHAPE, addirittura con un “tunnel”, dove –in assenza dei neutrini che non erano stati ancora scoperti- si “accelerava” l’aria
fritta
, con risultati a dir poco stupefacenti: il grado di friggimento, infatti, raggiungeva livelli di raffinatezza talmente elevati che, alla fine del processo, l’aria sembrava quasi quella del Cervino, tanta era la sua purezza!
Oramai lanciato sull’onda di un insospettato decisionismo, non si mise lì a buttare giù un Appunto per il Capo Ufficio, bensì, risoluto, schiacciò il pulsante dell’audio (la videoconferenza non era stata ancora inventata) ed attese di sentire la voce del suo omologo; per sua fortuna, era Italiano, così si evitò di buttare giù una serie di Appunti per chiedere al SottoCapo che autorizzasse l’arrivo di un Ufficiale italiano che parlasse inglese e che prestasse servizio a West Star.
“Ascolta –disse l’uomo di WS- ti risulta per caso che ci siano dei “movimenti” dalle parti di Lubiana?!”
“No –rispose l’inclito-, però se aspetti un attimo, butto giù un appuntino da coordinare con “Movimenti e Trasporti” e vediamo cosa ne sanno loro”.
“Ma che hai capito?! – ribatté l’altro, alquanto stizzito. Io stavo parlando di “movimenti” di truppe, di Reparti, di Divisioni, di Armate, di Fronti, in direzione della “Soglia”.
L’inclito non resse al quesito; ecco la giusta punizione per la sua temerarietà nell’aver voluto rispondere direttamente alla chiamata, senza aver seguito la via gerarchica!
E mò chi glielo andava a dire al Capo Ufficio che stava già fremendo perché il Capo Reparto era in attesa di conoscere il numero dei chiedenti visita?! Lui, l’inclito, bene o male si ricordava che nell’aula “Martinat” ogni tanto si parlava di Lubiana e di “Soglia”, però non riusciva a vedere il nesso tra questo ed il suo incarico.
Già grondante di sudore, intimò gli arresti al SU. dattilografo (gli serviva per scaricarsi) e gli dettò una breve Nota per il Capo Ufficio, in cui, tra un “si dice” un “sembra” ed un “appare”, si riportava l’accaduto “per informazione”; firmò la Nota, rischiaffò dentro il SU. dattilografo che aveva osato sospirare senza autorizzazione e, indossata la giacca con gli alamari, si avviò verso l’ufficio del Capo.
Dieci metri prima della porta, assunse progressivamente e con movimenti sincronizzati ed oramai collaudati la posizione a 90° mentre gli altri colleghi correvano a rintanarsi nelle rispettive stanze, per evitare il rischio di essere coinvolti nella prevedibile, inevitabile reazione. Dopo aver incaricato un segretario di verificare con il teodolite l’esattezza della posizione, bussò rispettosamente, trattenendo il fiato, per poter cogliere ogni minimo, flebile rumore che provenisse dall’ interno.
Un “AVANTI” di quelli che non lasciano scampo fu la risposta; l’inclito, sempre in posizione a 90°, si sistemò il nodo della cravatta, controllò se le stringhe delle scarpe fossero allacciate con la stessa lunghezza, mise in bocca un pezzettino di liquirizia (retaggio di un regalo di un compagno di plotone somalo) e, rassegnato, abbassò la maniglia ed entrò.
Il Capo era assiso dietro la sua scrivania di otto metri quadrati, sulla quale troneggiavano un centinaio di cartelle, ciascuna contenete un foglio. “Era ora che arrivassero questi dati sui chiedenti visita –disse solenne-; il Capo Reparto deve infornarne al più presto il SottoCapo”.
“Veramente, Signor Colonnello, avrei una comunicazione che ardirei definire urgente –ribatté l’inclito con un filo di voce e sempre in posizione piegata.
“Ma cosa vuole ardire Lei !!!–abbaiò l’altro. Cosa ci può essere di più urgente che conoscere il numero dei chiedenti visita della Forza Armata?! Forse solo una possibile minaccia alla “Soglia”!
A quella parola, l’inclito si rincuorò, osò riassumere senza autorizzazione la posizione eretta e, con un’audacia che non si riconosceva, si avvicinò alla scrivania porgendo la Nota. Il Capo lesse, sgranò gli occhi, rilesse, risgranò gli occhi e, quasi in apnea, si avviò verso la cassaforte che conteneva i documenti SS; l’inclito sbiancò, deglutì con forza dimenticandosi il pezzettino di liquirizia che aveva ancora in bocca e si mise ad attendere gli eventi.
Dopo una serie calendariale di bestemmie, il Capo riuscì finalmente a trovare la combinazione giusta; spingendo con forza la porta che faticava non poco a girare sui cardini arrugginiti emettendo un cigolio sinistro, il Capo cominciò a tirare fuori volumoni su volumoni, fintando che non trovò quello che cercava; rimise a posto tutti gli altri, richiuse la cassaforte sulle note del cigolio, aprì un armadio corazzato per prendere una borsa con combinazione e catenella, ci mise dentro il volumone, si assicurò al polso la manetta della catenella, controllò il nodo alla cravatta, le stringhe delle scarpe, mise in bocca una mentina, aprì la porta, assunse gradualmente la posizione a 90° e si avviò verso l’ufficio del Capo Reparto, seguito dall’inclito che, invece, procedeva a passo del leopardo.
La scena si ripeté uguale, con la variante che il Capo Reparto, per par condicio, fu costretto a lanciare ben dieci cartelle al posto del volumone; dopo un colloquio di circa un’ora, durante il quale fu decretato di chiudere anche le persiane per impedire che qualcuno vedesse oltre che ascoltasse, fu deciso di informarne subito il SottoCapo, mediante una Nota su tre pagine più dieci allegati.
I due reggitori dei destini operativi del Paese, presero un ascensore privato, scortati da quattro Carabinieri in tenuta anti-sommossa; nell’anticamera, assunsero la posizione a 90° “ranturcinata” (una variante solo per le Eccellenze), si fecero annunciare e, dopo aver controllato il nodo alla cravatta, la lunghezza delle stringhe e la reciproca freschezza dell’alito, entrarono al cospetto di Lui che troneggiava dietro una scrivania di sedici metri quadri, tutti rigorosamente occupati da cartelle multicolori.
Lui lesse con cipiglio crescente; chiese che gli fosse indicata sulla carta geografica la posizione reciproca tra la “Soglia” e Lubiana; si informò se, per caso, anche noi avevamo dei Reparti militari o delle Divisioni nei paraggi; chiese di verificare l’efficienza operativa alla luce dei chiedenti visita e dei mancati rientri; ordinò che un Ufficiale italiano che prestava servizio a WS venisse a Roma per fargli da interprete con il suo omologo e....si accinsero ad aspettarne l’arrivo.
“Impiego”, dopo un giorno trascorso a fare “cavallucci” interni tra Capi e Sezionari, avviò la trafila di un Appunto al SottoCapo per essere autorizzato a far venire a Roma un Ufficiale italiano che prestava servizio a WS, come il SottoCapo aveva disposto.
Il Capo Reparto si barricò nel suo ufficio, protetto da tre cavalli di frisia ed un plotone di Carabinieri; il Capo Ufficio, passò il tempo a mettere vasellina sotto la manetta della catenella; l’inclito non schiodò mai lo sguardo da quella lucetta gialla che continuava a lampeggiare; che continuasse pure: finché non arrivava l’Ufficiale italiano di WS poteva cascare pure il mondo ma.....
Nel frattempo, l’Appunto di “Impiego”, al termine della consueta “manovra delle virgole”, arrivò sulla scrivania del SottoCapo quattro giorni lavorativi dopo; il SottoCapo andò su tutte le furie (le sue urla provocarono pericolose lesioni al cornicione del Palazzo, lato Via Napoli) perché, tra i requisiti che doveva avere l’Ufficiale di WS, non era specificato il colore degli occhi. L’Appunto ritornò su ad “Impiego” e subì una vera e propria alluvione di “cavallucci”.
L’inclito che, per tutto il tempo aveva continuato a contemplare la lucetta lampeggiante, sentì il bisogno di andare a cambiare l’acqua; andò dal CC all’ingresso, compilò la richiesta in tre copie ed ottenne la chiave del WC. Era, questo, un locale dotato di ogni confort (tanto che anche il cilicio d’ordinanza aveva le punte arrotondate) ed offriva una vista panoramica mozzafiato: l’inclito si scaricò (era una settimana che si tratteneva!), si sgrullò (ma con discrezione), si lavò le mani e, mentre se le stava asciugando, lanciò lo sguardo oltre la finestra aperta.
Lì per lì non ci aveva fatto troppa attenzione ma, rimettendosi in contemplazione della lucetta lampeggiante, ripensò ad un particolare che aveva visto: avevano sostituito le bandiere al Vittoriano con altre tutte rosse e con una macchiolina gialla ad uno spigolo, che strano!!!
In un’altra stanza dello stesso piano, l’Appunto tornava ad “Impiego” con un cazziatone terrificante perché lo stesso era “per le decisioni”: “decidere” e quando mai?!
Ciao a tutti
Ettore.

domenica 13 novembre 2011

E tre!!!

E così, un altro Ventennio (il terzo!) dell’Italia unita è finito; un altro, lunghissimo periodo durante il quale, come nei precedenti, il Paese ha vissuto all’ombra di un uomo che, nel bene e nel male, ne ha plasmato lo stile di vita e condizionato il futuro, lacerandolo in opposte fazioni di comunale memoria.
Tre uomini che sono entrati a gamba tesa nella scena pubblica, monopolizzandola con la loro personalità, la loro smania del potere, il loro ricorso al culto della personalità; tre uomini che, da un balcone o da un predellino, si sono presentati come “salvatori della patria” ed hanno ricevuto anche l’imprimatur delle alte Gerarchie ecclesiastiche di “uomo della Provvidenza”.
Tre uomini che hanno lasciato l’Italia come, se non peggio, di come l’avevano trovata, anche se la fine drammatica e cruenta del primo non può essere paragonabile con quella degli altri due.
Certo, i periodi storici di riferimento sono stati diversissimi ma tutti tre hanno saputo sfruttare al meglio le debolezze del popolo italiano (o italiota?!), avvalendosi soprattutto della persuasione perversa dei mezzi di comunicazione.
Anche la loro “uscita di scena” è fuori dal comune e, in qualche modo, è il riflesso di un generalizzato malessere popolare: dalla barbarie di Piazzale Loreto, alle monetine del “Raphael”, alla gazzarra scomposta e sguaiata di Piazza del Quirinale.
Al di là di queste analogie, diciamo così, di “procedura personalizzata” nella gestione del Potere, ritengo che le conseguenze che ne sono derivate abbiano avuto una valenza destabilizzante crescente; e mi spiego meglio.
Non vi e dubbio che i lutti e le distruzioni della Guerra furono immensi ma interessarono una popolazione decisamente “sana”, con precisi e convinti Valori di riferimento ed una gran voglia di ricominciare e ricominciare meglio di come aveva finito; sarà stato, quello, pure un popolo di analfabeti e di creduloni, però era un popolo che aveva una dignità e che sapeva discernere il bene dal male. Era un popolo, quello, che seppe esprimere una classe politica (ci metto tutti) che aveva gli stessi Principi, che ebbe la stessa forza di rimboccarsi le maniche e di presentarsi al mondo sì con le pezze al culo ma con la stessa dignità: erano un popolo ed una politica sobri e ne venne fuori il miracolo economico.
Non si può dire lo stesso del secondo periodo, durante il quale venne teorizzato, quasi dogmatizzato il concetto della “vacca statale” da mungere fino all’ultima goccia di latte o, se preferite, all’ultima lira; la “cosa pubblica” cominciò a modificare l’aggettivo, fino a diventare “privata”, anche se il “privato” erano i Partiti. Il popolo formato da genitori che volevano rifarsi delle privazioni patite e non farle patire ai figli, espresse una classe politica (ci metto tutti) manigolda, arrogante ed incapace: ne vennero fuori la crescita esponenziale del debito pubblico e tangentopoli.
L’ultimo periodo è ancora troppo fresco di cronaca per essere giudicato con distacco; tuttavia, almeno per me, è quello i cui strascichi saranno i più lunghi ed i più duri da eliminare. Questo periodo, infatti, è stato caratterizzato dalla nefasta sommatoria di un decadimento morale e culturale generalizzato, di un impoverimento etico (non certo materiale!) della cosiddetta “classe dirigente”, di un eccesso di protagonismo da parte di tutti contro tutti, del bistrattare le Istituzioni, di una riduzione a “comparsa” in politica estera, di un asfissiante ed onnipresente conflitto d’interessi, fino al ludibrio della derisione internazionale ed all’umiliazione del “commissariamento” de facto. Non temo smentite se affermo che, in questo periodo, tutti i mali del precedente si sono amplificati, potendo beneficiare di un humus
di coltura favorevole all’impianto di qualsiasi azione o attività illecita, purché a carico della collettività: è stata una corsa continua e sempre più sfrenata all’arraffare l’arraffabile, fregandosene bellamente degli interessi del Paese, ma sempre presentando il tutto in una cornice fatua e di perenne felicità: un insuperabile coro di imbonitori! E non mi riferisco solo alla ex maggioranza!!!
Ancora una volta non temo smentite, quando dico che il popolo italiano (o italiota?!) è stato rimbambito (ma forse gli è pure piaciuto!) con chiacchiere, chiacchiere e chiacchiere (da parte di tutti, estremi compresi) che gli hanno fatto credere di vivere quasi in un “bengodi” molto casareccio, dove tutto è possibile, dove tutto è lecito, dove tutto è a carico dello Stato.
Ora che anche questo terzo “ventennio” è finito, l’Italia ha le sue brave macerie da sgomberare e tanto da ricostruire; a differenza di quelle materiali della guerra, però, queste sono molto più subdole e postulano l’utilizzo di cose molto ma molto più sofisticate e complesse che muscoli forti, pale e picconi.
La mia domanda è una sola: sarà m possibile trovare ancora un pezzettino di terreno fertile dove seminare con la speranza che nasca qualcosa, dopo la devastazione di questo (speriamo) ultimo “ventennio”?!
Ciao a tutti,
Ettore.

sabato 12 novembre 2011

Ma anche lo Stato, quando ci si mette....




La lettera di Carlo (Minchiotti) ci ha fatto riflettere sull'evasione fiscale e ci ha dato utili suggerimenti su come agire nell'ambito della società civile perché professionisti, commercianti, piccole imprese, artigiani siano “costretti” a rilasciarci gli scontrini, regolari fatture ecc.
La risposta di Francesco (Miredi) ci ha anche fatto riflettere sulla necessità che lo Stato individui degli strumenti che consentano al cittadino di "scaricare" tutte le spese sostenute, così da “costringerci” a chiedere le fatture nel nostro interesse diretto.
Fermo restando che pagare le tasse non è mai un “piacere” ma sempre e solo un dovere, a me farebbe piacere avere sempre fiducia nella giustizia, correttezza e moralità dello Stato non solo quando opera attraverso i suoi istituti dell'Agenzia delle Entrate e di Equitalia, ma anche e soprattutto quando scrive norme e disposizioni in base alle quali il cittadino “perbene” si sente vessato ed è costretto a pagare tasse ingiustificate o tassi da “usura” per avere, ad esempio commesso un errore nella compilazione del 730.
Queste “vessazioni” e forzature diventano ancora più indigeste se paragonate al lassismo con cui lo stesso Stato non combatte efficacemente l'evasione parziale o totale.
Passiamo ai fatti, tutti personali e relativi alla mia famiglia.
1. Nel 2009, L'Agenzia delle Entrate "estrae" me mia moglie tra i cittadini meritevoli di controllo fiscale per l'anno 2006. Veniamo ricevuti da un funzionario che prima di esaminare le carte e le “pezze” giustificative per ciascuna spesa detratta, con fare “minaccioso” ci ammonisce per oltre mezz'ora sulle detrazioni indebite (quasi un tintinnare di manette!). Dopo aver esaminato tutte le ricevute, in particolare quelle delle farmacie per i medicinali e degli ottici per le lenti a contatto (di mia moglie e di mia figlia), si rivolge a me con fare sarcastico: sua moglie indossa 4 paia di lenti giornalieri al giorno? i conti non tornano! Lo sapevo!. Gli rispondo sorridendo che due occhi appartengono a mia moglie e due a mia figlia e che i conti tornano. Trova da ridire su tutto, dubita di ogni spesa regolarmente detratta, controlla 2/3 volte la documentazione ed alla fine dai suoi calcoli risulta che, documenti alla mano, avremmo dovuto chiedere 470 euro di detrazioni in più! Il funzionario dell'agenzia delle Entrate ci dice a bassa voce che abbiamo sbagliato in buona fede e a nostro danno. Ci congeda dicendoci che tutto è a posto e che purtroppo non ci spetta nessun rimborso. Confesso che non me ne fregava niente dei rimborsi e che mi sentivo sollevato dall'aver passato indenne il controllo. Anche se siamo persone per bene (o forse proprio per questo), entriamo in apprensione per paura dell'autorità!
2. L'anno dopo, l'Agenzia delle Entrate ci estrae di nuovo tra i cittadini meritevoli del controllo fiscale per l'anno 2007. Nuovo funzionario ma stessa solfa con ammonizioni preventive su eventuali documenti irregolari e false dichiarazioni. Esamina tutta la documentazione da noi presentata e, dopo una settimana, ci convoca per comunicarci che avevamo commesso una irregolarità nel detrarre le spese per il canone di locazione sostenute dalle mie figlie, studentesse universitarie fuori sede. Le mie figlie studiavano a Bologna e pagavano un canone di affitto (con contratto regolarmente registrato) di 1040 euro al mese (12.480 Euro all'anno). La norma recita che, ai fini della detrazione in esame, i canoni pagati in ciascun periodo di imposta rilevano fino a concorrenza di un importo massimo pari a 2.633,00 euro; la detrazione massima risulta quindi pari a 500,00 euro.
In effetti il funzionario ci contestava che io e mia moglie avevamo entrambi detratto (ciascuno nella propria dichiarazione) l'importo di 2633 euro, mentre la norma prevedeva (e prevede) che 2633 euro è il limite massimo di deducibilità (io e mia moglie avremmo dovuto detrarne metà ciascuno). Da buoni cittadini ci dichiariamo immediatamente pronti a restituire i 500 euro indebitamente da noi ricevuti nel rimborso avvenuto nel mese di agosto 2008. Troppo facile! Con un sorriso sornione, il funzionario ci comunica che l'importo dovuto è, tra tasse, interessi e mora, 785 euro. Col pagamento di bassissimi interessi possiamo però ci concede di pagarlo in 4 comode rate da 198 euro. La penultima rata scadeva il 15 agosto. Me ne sono dimenticato (secondo tragico errore) e ahimè l'ho pagata 10 giorni dopo. Puntualmente, ad ottobre, mi è arrivata la sanzione di 234 euro (30% dell'intera sanzione)! Credo che il funzionario, al di là della mia personale simpatia o antipatia ( la seconda che ho detto), si sia limitato ad applicare in maniera molto burocratica e senza doversi porre alcuno scrupolo, norme che lo Stato ha scritto. Ma queste sono proprio giuste?
Sono un uomo semplice e traggo la seguente morale: se chiedi meno detrazioni di quante te ne spettano, peggio per te; se ne chiedi di più, peggio per te due volte. E se per un altro errore paghi in ritardo peggio per te tre volte. Per aver ricevuto 500 euro in più ne ho pagati più di 1000! Ma non è usura?

Secondo episodio. Nel 2007, Mia moglie , sua sorella e suoi cugini decidono di alienare una casa di famiglia di cui sono coeredi e proprietari. Dopo due anni di inutili tentativi di vendita e dopo una buona riduzione del prezzo di vendita (nel 2007 chiedevano 600.000 euro), finalmente nel 2009 riescono a venderla al prezzo di 500.000. Vanno dal notaio che naturalmente redige un atto pubblico. Sembra tutto a posto, ma pochi mesi dopo mia moglie, sua sorella e tutti i cugini ricevono una lettera dall'Agenzia delle Entrate che li invita pagare 27000 euro di tasse. Perché? Secondo l'Agenzia, l'immobile ha un valore di 620.000 euro e pertanto esige il pagamento delle tasse per tale importo, fermo restando il diritto dei proprietari di venderlo al prezzo che vogliono. A questa lettera è seguita, 3 settimane dopo, l'ingiunzione immediata di pagamento da parte di Equitalia.
Naturalmente non hanno ancora pagato niente, salvo le spese legali ad un avvocato tributarista che ha fatto ricorso, ottenuto la sospensiva ecc.
Scusate l'ignoranza:  ma davvero il Legislatore ha fatto una norma di questo genere?


Pierfranco Faedda

mercoledì 9 novembre 2011

Risposte ad Oliviero e...non solo!

Caro Oliviero,
le domande che poni, dopo più di 30 anni dal giorno in cui hai appeso l'Uniforme nell’armadio, richiedono pagine e pagine di parole per poiaccorgerti che hai dimenticato qualcosa: qualcosa di veramente importante.
La stragrande maggioranza di noi del 150° “Montello” ha lasciato da anni (da 4 a 6) il servizio attivo, dopo una vita trascorsa a far si che quella Guerra Fredda che aveva come unico scopo la conservazione di un equilibrio strategico mediante la contrapposizione dei due blocchi, Nato e Patto di Varsavia, non si tramutasse in un vero conflitto.
La nostra preparazione di base, il nostro addestramento, i nostri sistemi d’arma, tutto era in funzione di quel compito da assolvere. Lo abbiamo assolto bene, anzi benissimo contribuendo, con la caduta del Muro di Berlino, al ritorno della Libertà e della Democrazia in tutta l'Europa.
Ora, i tempi sono cambiati (di questo ne abbiamo già abbondantemente parlato) e questi cambiamenti sono intervenuti anche nelle F.A. che oggi hanno compiti ben diversi da quelli dei nostri giorni in armi.
La Globalizzazione e la politica della Globalizzazione hanno portato i nostri soldati in aree di cui avevamo sentito solo parlare quando andavamo a scuola.
Questo ha comportato un cambio di strategia nella preparazione dei soldati del 2000, nell’addestramento e nei sistemi d’arma in servizio unitamente alla presa di coscienza dell’elevato rischio di perdite di vite umane.
Ti ho fatto questa breve premessa perché alle tue domande io posso dare risposta sulla base di quella che è stata la mia esperienza di vita nel contesto militare di quegli anni. E poiché, dalla fine del mio servizio attivo sono passati quasi 5 anni, probabilmente alcune (forse molte) delle mie risposte non saranno rispondenti a quella che è la realtà della vita militare di oggi nelle sue varie componenti.


E’ vero che i Militari sono stanchi di vivere una situazione interna di incertezza e di perenne ristrutturazione?
Fino a qualche anno fa, la politica della F.A. era gestita in prima persona dal Capo di S.M.E
che, con le assegnazioni dei fondi del bilancio della Difesa, doveva far fronte alle esigenze addestrative, all’impiego, al mantenimento ed al rinnovamento della F.A. stessa.
Quindi decideva, dove, come, quanto e quando spendere.
Poteva costituire, sciogliere e trasferire unità, definire gli approvvigionamenti, decidere sui sistemi d’arma, quali e quanti, avviare programmi di cooperazione in ambito internazionale, etc……
Il Capo di S.M.E rimaneva in carica, normalmente, due anni. Veniva nominato tra i Gen. C. A. più anziani e ormai prossimi al termine della carriera militare.
Va da sé che questa breve “APPARIZIONE” del Capo di S.M.E sul “palcoscenico” della F.A. lasciava il segno. E che segno!!!
Dopo due anni veniva nominato il nuovo Capo di S.M.E e…………la musica ricominciava.
Nuovo Capo di SME? Nuove idee, nuova policy, nuovi sistemi d’arma, nuovi………di tutto e di più.
Per fortuna, non sono stati tutti sempre così rivoluzionari. Ma certamente la continuità tra l’uno e l’altro è stata abbastanza difficile da mantenere con conseguenze talvolta economicamente pesanti per il bilancio della F.A..
Credo che due aree di grande importanza -quali l’Impiego del Personale e l’attività di Ricerca e Sviluppo- siano state in modo particolare quelle che hanno risentito maggiormente di questi continui cambiamenti di policy.
Unità che, fino a qualche mese prima nessuno si sognava di sciogliere, all’improvviso venivano trasformate o sciolte oppure trasferite di sede, con conseguente trasferimento di tutto il personale che, dopo anni di servizio in quella sede, faceva di tutto per non muoversi e, spesso, ci riusciva.
Famiglie divise, figli cresciuti senza padre, rapporti inter familiari rovinati; per non parlare dei comportamenti di certi Comandanti che mettevano “parere negativo” su qualsiasi domanda di trasferimento solo per la libidine di avere tutto il personale presente in caserma e proteggersi, così, le riverite terga.
Programmi di Ricerca e Sviluppo avviati e, dopo pochi anni, cancellati solo perché il nuovo Capo di S.M.E aveva altre idee in merito.
Ma la ciliegina è rappresentata dall’impareggiabile impresa di dar vita ad un gruppo di lavoro presieduto da uno straniero per studiare la ristrutturazione della F.A. come se tra i nostri Generali non ci fossero state menti in grado di……..far meglio.
Ovviamente il Dott. SARAGOZA non ha lavorato gratis. E con quale risultato?
Questi sono solo alcuni esempi. Peraltro tu hai vissuto sulla tua pelle questa incredibile politica del personale che, prendendoti in giro per due anni, ti ha poi costretto a prendere la decisione di lasciare il servizio.
Oggi qualcosa dovrebbe essere cambiato. Lo Stato Maggiore della Difesa gestisce il bilancio della Difesa e definisce la policy per tutte e 4 le F.A. Funziona cosi? Dipende!...............

Se è vero, dove e quando nasce una tale situazione?
Questa situazione si trascina da sempre, si perpetua nel tempo: non ha inizio e non so se avrà mai fine!






Se pensiamo che dal 1900 al 2011 ci sono stati 50 Capi di S.M.E (un Capo di S.M.E ogni 26 mesi!) come si può pensare che qualcosa possa essere cambiata.
Non c’è mai stato il tempo per un’ azione duratura nei vari settori/aree. Non c’è mai stata una policy………..neanche negli anni più recenti!.
E’ un Esercito, il nostro, che nasce nel 1861 con il nome di Regio Esercito italiano, nome che assunse per decreto l’Armata Sarda unificata con molti altri eserciti operativi prima dell’ Unità d’Italia.
Il primo grande impiego dell’Esercito Italiano nella I Guerra Mondiale mette subito in evidenza un inesistente sentimento di amor di Patria, con conseguenti tentativi di diserzione, allontanamento, rifiuto di obbedienza non disgiunto dall’incapacità dei Comandanti dovuta ad una pavida e discutibile azione di comando e da una cronica carenza e obsolescenza di armamenti.

Tratti dal libro - "La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano 1915-1918", Bulzoni, Roma 2001, alcuni momenti di vita vissuta durante la Grande Guerra che ci fanno intravvedere come svariati comportamenti dell’epoca si sono poi tramandati immutati, o quasi, nel tempo




………………….La recente acquisizione del grado, il desiderio di distinguersi e di fare carriera determinarono comportamenti alteri e boriosi in molti ufficiali, insuperbiti dal nuovo smalto sociale acquisito con la divisa. A questi ufficiali, rapidamente investiti di funzioni di comando, mancavano modelli di comportamento verso i loro sottoposti; i corsi affrettati che si tenevano all’accademia di Modena non offrivano al giovane aspirante alcuna indicazione che lo aiutasse a rapportarsi ai bisogni dei soldati e la capacità di comando veniva identificata con le doti di energia, inflessibilità, risolutezza. Semplici certezze gerarchiche e preoccupazioni di ordine sociale definirono una struttura di comando rigida e centralizzata, accentuarono la distanza e l’incomunicabilità con i soldati.

………………………. Anche l’alterigia e il senso di superiorità di classe di tanti ufficiali suscitava le reazioni sprezzanti dei soldati



………………. I soldati, d’altra parte, esprimevano la propria insofferenza verso la disciplina e la gerarchia militare e il fastidio per la retorica di guerra con la passività e la scarsa solerzia nell’obbedire alle ingiunzioni di deferenza, quali il saluto alla bandiera o l’assumere posizioni irrigidite sull’attenti di fronte al superiore.



………………………… Se gli ufficiali accusati di abuso di autorità furono in maggioranza assolti, le mancanze dei soldati furono punite, al contrario, con grande severità. Di fronte al supremo dovere di mantenere la disciplina, la dignità del soldato perdeva ogni valore, mentre l’offesa a un ufficiale trascendeva sempre la sua persona per divenire offesa al grado.

E nella II Guerra Mondiale?

Anche qui alcuni momenti di vita militare vissuta tratti dal libro “L'Italia del 1940” di M. Innocenti





………………….La tecnologia condanna a morte l'improvvisazione, le guerre sono già vinte o perse prima di battersi. Tutto nelle nostre forze armate (quadri, armamenti, logistica, strategia) è carente e costringe a combattere una guerra moderna con un'organizzazione vecchia

………………….Le divise, con poco gusto ''trasformano un atleta in salame'' ma soprattutto con poca lana, non resisteranno al vento gelido che perfora la stoffa e fischia attorno alle ginocchia, le scarpe, buone per la libera uscita, si sfasceranno in Grecia e in Russia, il mitragliatore Breda si incepperà troppo spesso nei momenti cruciali e il '91, anche con le modifiche '39, farà il solletico ai mitra nemici.

………………..'' Che cosa gli tiriamo se entriamo in guerra, dei limoni?'' La battuta, attribuita al maresciallo Caviglia, riassume il quadro desolante di un'Italia meno e peggio armata dell'Italietta del 1915, con l'esercito più impreparato tra quelli che scendono in campo. La colpa, ovviamente, non è di nessuno, oppure è degli altri. E nessuno si dimette: democrazia o fascismo, l'istituto delle dimissioni non ha corso legale in Italia.

…………………..I suoi generali, con qualche lodevole eccezione, sono caricaturali, dalle pance vistose, flaccidi, obesi, con gli occhiali. Hanno una preparazione arretrata, formalistica, ostile a ogni novità. I generali intelligenti sono mosche bianche, gli altri sono come Bastico, che sostiene: ''Quante storie. La fanteria deve battersi all'antica: baionette e bombe a mano''.

Mi fermo qui.
Credo di aver dato un quadro abbastanza chiaro, anche se con pochi ma ben precisi riferimenti storici, per spiegare da dove nasce questa situazione che si tramanda nella storia.
Il nostro non è mai stato, e non tutt’ora, un popolo fatto di "difensori della Patria", intesi come combattenti pronti a donare la propria vita per un ideale. Noi, per contro, siamo un popolo di navigatori, di artisti, di poeti, di musicisti e…….. anche di Santi.
Comunque, molto negli anni successivi è stato fatto, cambiamenti epocali hanno trasformato un apparente esercito in un esercito reale e al passo con i tempi.
Ma, c’è sempre un Ma. E questo Ma è rivolto a porre in dubbio la rispondenza dei Valori che ci hanno portato ad indossare l’Uniforme con il successivo comportamento nella vita di tutti i giorni.
Arroganza, maleducazione, interesse solo per la carriera, corsa sfrenata alli ……..mejio posti, incapacità di comandare, paura della propria ombra, servilismo nei confronti dei superiori, sono, o forse dovrebbero essere, solo un ricordo di un Esercito del passato. FORSE!
Meglio di come s’è fatto fin d’ora non credo possibile. Non è possibile perché si dovrebbe cambiare la mentalità e questo appare impossibile da realizzare.

Quali sono stati i disagi più profondi che avete incontrato nella Vostra vita militare ?
L’ arroganza, la maleducazione, la mancanza di rispetto, il desiderio di primeggiare, la gestione di quel potere che il comando ti dà e che mostri comandando solo con i gradi sulle spalle ma senza quel minimo di sentimento e di amor proprio che porterebbero i tuoi collaboratori a dare tutto se stessi per il bene dell’Istituzione.
Comandanti senza palle. Incapaci di prendere decisioni e, principalmente, di assumersi responsabilità. L’importante era “sfangare” l’anno di Comando e uscirne senza problemi al fine di non compromettere la carriera.
La maleducazione, l’arroganza e il sentirsi un “padre eterno ” era insito in molti "Signori Ufficiali" con incarichi di prestigio ai vari livelli ordinativi.
Vivere in un contesto del genere per anni crea un tale disagio e una tale amarezza che porta poi molti ad allontanarsi da tutto ciò che ricorda quella vita, una volta appesa l'Uniforme al chiodo.

Il quasi dogma “Anzianità fa grado” si può considerare ancora valido ed attuale?
La vita militare non può prescindere dal dogma dell’Anzianità. Anzianità è maggior esperienza che si concreta in profonda conoscenza della Forza Armata e quindi in possibilità di costituire sicura guida per i più giovani.

La nomina del Gen. Graziano la si può ritenere un evento positivo o negativo per la FA?
e, se SI’ , perché ?


Il Gen. Graziano ha una vasta esperienza in ambito internazionale di circa 10 anni dove ha dimostrato elevate capacità in particolare al comando di operazioni militari; anche se di critiche a livello politico ne ha avute tante sia in ambito Nazionale che Internazionale durante il comando UNIFIL per la sua apparente e mai accertata disponibilità nei confronti degli Hezbollah.
Ad una eccellente capacità di gestione delle problematiche in ambito internazionale fa da contrappeso una non così vasta e profonda conoscenza delle diverse aree e componenti della F.A..
Pur avendo ricoperto l’incarico di Capo Ufficio Pianificazione dello S.M.E negli anni 1997-2000 (?) posizione questa che gli consente di avere una profonda e dettagliata conoscenza dello strumento, è bene ricordare che da allora sono trascorsi 12 anni e di cambiamenti ce ne sono stati un’infinità.
Le sue doti le dovrà subito evidenziare nel riuscire a sfruttare a suo vantaggio (non ha bisogno di consigli) la situazione che si è creata con la sua nomina a Capo di S.M.E scavalcando ben 19 Gen. più anziani di lui.
Se non ci riuscirà si troverà a dover affrontare una situazione che, come già accaduto in passato, non sarà facile da gestire perché i 19 gli creeranno non poche difficoltà.


La nomina del Gen. Graziano è solo un atto politico. Una scelta fatta dal Ministro che non ha tenuto nella minima considerazione la presenza di Generali più anziani, con maggiore esperienza e più profonda conoscenza dello strumento militare.
Il Gen. Graziano è stato promosso Gen. C.A. nel gennaio del 2010 (ha 5 encomi solenni e 9 encomi semplici!) e, solo dopo meno di due anni, è stato nominato Capo di SME.
Se riuscirà a modificare quella mentalità che ancora oggi aleggia tra molti in uniforme (vedi precedenti risposte), i suoi 5 anni di Comando diverranno parte fondamentale della storia del nostro Esercito e, anche il Ministro della Difesa passerà alla storia come colui che aveva nominato quel giocane Generale, perché aveva capito che era necessario dare nel tempo continuità all’azione di Comando e ringiovanire una stanca e delusa Forza Armata.
Il Ministro aveva capito tutto questo? Incredibile! Mah!!!

Conclusioni
Alcune di queste risposte sono frutto della mia esperienza di vita. Ovviamente non tutti avranno identica visione, avendo vissuto in modo diverso, in positivo e/o in negativo.
Nella mia vita ho incontrato anche Ufficiali eccellenti ed intelligenti, Ufficiali con i quali è stato un piacere lavorare e, perché no, sacrificare più ore della giornata, togliendole alla famiglia: ne ho conosciuti e sono fiero di aver lavorato con loro!
Ma la massa è come io l’ho descritta perché così io l’ho conosciuta nella mia vita.
Spero che qualcosa sia cambiato ma………………ho i miei dubbi e nessuno mi può convincere del contrario.
Ci sarebbe da dire ancora tanto; io, però, mi fermo qua, perché comunque, facendo la somma algebrica della mia vita militare, il risultato ha il segno più!
Ciao
Pierluigi

domenica 6 novembre 2011

Soggetto Fiscalmente Controllato

Quasi mi vergogno di quello che ho fatto ma, ora che ne raccolgo i frutti, penso, invece, che la cosa potrebbe essere diffusa ed avere una positiva ripercussione sul contrasto alla piccola ma generalizzata evasione fiscale.
Occorre, però, che faccia una premessa per comprendere l' origine di un comportamento di cui mai avrei immaginato di essere capace .
Abito da circa un anno nel quartiere Parioli, formato un tempo da persone dell' alta borghesia ed oggi, come dappertutto, modificatosi secondo l' uso dei generoni nazionalpopolari. Le donne , allora, nascevano con gli occhi celesti ed i capelli biondi; esili o giunoniche, belle o brutte, avevano un certo stile, anche nell' invecchiare. I maschi erano " vitelloni" di charme e, anche se economicamente poco dotati, sapevano ben spendere il loro tempo, con classe.


Oggi, le cose sono sostanzialmente modificate: residuano tante persone per bene ma molti nuovi arrivi -e spero di non essere tra questi- lasciano a desiderare: arroganza, sciatteria, prevaricazione, bullismo, superficialità, ingenerose, volgari chirurgie estetiche, sono per molti un fattore comune della vita del quartiere. E di tali caratteristiche si appropriano i commercianti che hanno cominciato a vedere qualche positivo aspetto di una vita meno morigerata vissuta dai loro nuovi clienti.
E', così , da circa un anno non ricevevo, nonostante la pressante richiesta che di volta in volta dovevo avanzare, lo sconosciuto " scontrino fiscale”, sostituito da un più economico “controllo preventivo della spesa sostenuta".
D' altronde, a ben pensarci, che differenza esiste tra foglietti di carta di dimensioni uguali?
Ero diventato un incubo, sicuramente devo essere stato considerato un rompi anima. Tant'è ma, se non chiedevo, non avevo....e , quindi da bravo napoletano, un po' imbroglione, un po' fantasista, tanto incacchiato, ho fatto diffondere , in modo assai silenzioso, la voce che fossi stato prescelto dall' Agenzia delle Entrate come Soggetto Fiscalmente Controllato( SCF): persona, cioè, che, di specchiata virtù (sic!), era attenzionato dal Fisco in ognuna delle sue attività: dalla spesa al mercato alla visita specialistica, all' acquisto nei negozi. Se non fosse stato onorato dal venditore o dal prestatore d'opera l' obbligo con l' erario, il nostro SCF era soggetto di controllo e, quindi, attraverso la sua collaborazione, si poteva giungere al mondo sommerso dell' elusione contributiva. A diffondere la voce sono stati alcuni miei vicini i quali, denunciando una sorta di catena di S. Antonio, hanno riferito che il SCF veniva seguito anche nei contatti che manteneva con gli amici e con i loro fornitori.
Da qualche mese, non volevo crederci, io, di conseguenza mia moglie, la donna che ci collabora in casa, due famiglie di vicini, tra quelli con i quali ho maggiore confidenza, siamo " rispettati" a tal punto da ricevere sempre il documento fiscale. Ed i primi a consegnarcelo, sono stati quelli che ritengo siano evasori abituali, insensibili ad altre presenze " ufficiali " che , evidentemente, se ci sono non fanno ciò che dovrebbero pretendere....
E occhiate complici, sguardi di allarmata condivisione di un pericolo, consapevolezza di essere soggetti ad esame, o controllo? , si percepiscono ogni qualvolta mi reco in giro per i negozi o gli studi che abitualmente frequento. E' ovvio che i " normali " continuano ad essere loro che si alimentano del tanto che truffano a noi che le tasse le paghiamo. E' naturale che non reggerà tanto ma che dire se la lotta all' evasione partisse da tanti volenterosi SCF e non si basasse sull' anomalia che non e' possibile detrarre in automatico, come se avessi un costante premio, tutto ciò che spendi? In Brasile lo fanno, e si vede cosa stanno diventando.
Con un abbraccio a Tutti,
Carlo Minchiotti

giovedì 3 novembre 2011

Aridatece er Puzzone?!

Di fronte a decine di migliaia di persone radunate in piazza Kish, nel cuore di quella Bengasi che 8 mesi fa tenne a battesimo la rivoluzione, il presidente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) Mustafa Abdel Jalil annuncia la nuova era.
Si ricomincia dall’inno nazionale, la vecchia bandiera monarchica verde-nera-rossa, l’anima profonda del Paese rimasta viva in barba al dittatore ucciso giovedì nei pressi di Sirte.
Jalil s’inginocchia in preghiera, segue il passo del Corano che accompagna l’avvio della cerimonia e riprende il microfono: «Essendo una nazione musulmana, la Sharia è per noi la fonte del diritto, ogni norma che contraddica i principi dell’Islam non avrà più valore».
L'Europa, la NATO hanno aiutato il popolo libico a liberarsi del pesante fardello della dittatura ed a portarlo per mano verso la democrazia.
La barbara uccisione di Gheddafi e la scelta della Sharia come fonte di ogni diritto, sono un inizio davvero promettente!
La geopolitica, la geostrategia sono cose troppo complicate per la mia povera testa!
Però questa vicenda mi riporta alla mente una storiella, una leggenda che si narra circa Dionisio , il tiranno di Siracusa che, se non ricordo male, si intitola La vecchia temeraria:
"A Siracusa, una vecchia scongiurava ogni mattina gli Dei perché concedessero lunga vita a Dionisio, tiranno della città. Dionisio allora, avendo chiamato a sé la vecchia, le domandò le ragioni di quelle preghiere.
Quella rispose:
al tempo della mia fanciullezza avevamo un tiranno disumano ed io ne desideravo la morte. I miei concittadini lo uccisero ed occupò una rocca un tiranno peggiore di lui.
Ora abbiamo te di gran lunga più crudele di quelli ed io invoco gli Dei affinché tu viva e non sopravvenga un altro tiranno ancora più feroce.




Pierfranco Faedda

mercoledì 2 novembre 2011

4 novembre

                        Gli ignoti sono la grande maggioranza dei Caduti


4 novembre 1921, ore 1036: il Re Vittorio Emanuele III ha appena posto, sulla Bandiera che avvolgeva il sarcofago del Milite Ignoto, la MOVM che egli stesso Gli aveva concesso con la motivazione:

Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria”

Nel terzo Anniversario della Vittoria, l’Italia onorava solennemente i suoi 680.000 caduti, i 984.000 feriti ed i quasi 200.000 tra mutilati ed invalidi.
Il processo di identificazione dei soldati ignoti era iniziato già nel 1919, a cura della Organizzazione Sanitaria Territoriale che aveva proceduto alla ricognizione di oltre 2000 cimiteri di guerra, anche per dare una risposta alle numerose famiglie che anelavano a dare dignitosa sepoltura ai propri cari nei rispettivi paesi natii.
Ma attribuire il nome all’elevato numero di “soldati ignoti” che, burocraticamente vennero dichiarati “dispersi”, fu un problema quasi irrisolvibile.
Fu il colonnello Giulio Douhet che, nel luglio del 1920, lanciò l’idea di onorare i sacrifici e gli eroismi della collettività nazionale nella salma di un soldato sconosciuto; idea che si concretò con la presentazione ai primi di agosto di una proposta di legge, che approvata l’11 agosto 1921, affidava al Ministro della Guerra il compito di designare ed onorare la salma del caduto senza nome.
Il 20 agosto (!), il Ministro Gasparotto emanò le prime disposizioni organizzative che prevedevano la nomina di una Commissione incaricata di procedere all’esumazione nei principali campi di 11 salme senza nome, che avrebbero dovuto essere sistemate in altrettante casse di legno grezzo, di uguali dimensioni, fatte realizzare a Gorizia. Si stabilì che la designazione della salma avvenisse nell’antica Basilica di Aquileia a cura della madre di un caduto in guerra e che la cassa contenente i resti del Milite Ignoto, trasportata in treno a Roma in Santa Maria degli Angeli, venisse successivamente tumulata nel Vittoriano, sotto la statua della Dea Roma.
Il 3 ottobre le ricerche ebbero ufficialmente inizio nel cimitero di guerra nella zona di Rovereto, proseguirono sul Pasubio, sull’Ortigara, sul Monte Grappa, sul Montello, a Cavazuccherina, sul Cadore, sul Monte Rombon vicino a Caporetto, sul Monte San Marco nei pressi di Gorizia, a Castagnevizza e sul Monte Hermada. A ricerca ultimata, le 11 bare vennero trasportate il 27 ottobre ad Aquileia.
L’indomani, alla presenza di Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta e Comandante della 3^ Armata, Maria Bergamas, madre di Antonio, del 137° reggimento fanteria, caduto sul Monte Cimone si avvicinò alle 11 bare allineate sul sagrato. Un testimone così descrisse l’ultimo atto:“trascinandosi a fatica …..trattenendo il respiro giunse di fronte alla penultima, davanti alla quale lanciando un grido acuto…chiamando per nome il suo figliolo…cadde prostrata…abbracciando con passione quel feretro”.
Iniziò allora il lungo viaggio in treno che, dopo aver fatto tappa nelle città di Udine, Venezia, Bologna, Arezzo giunse a Roma Termini la mattina del 3 novembre accolto dal Re Vittorio Emanuele III. Ogni stazione attraversata dal convoglio fu pavesata a lutto ed imbandierata; migliaia di cittadini si posero in ginocchio ai lati della ferrovia per rendere omaggio al Milite Ignoto.
Il 4 novembre un grande corteo percorse Via Nazionale e giunse in Piazza Venezia, accolto dalle Bandiere di Guerra di tutti i Reparti che avevano partecipato alla guerra. Il feretro, portato da quattro decorati di MOVM, salì lentamente la scalinata del Vittoriano e venne deposto sotto la statua della Dea Roma.
Questo il riassunto sintetico di quei giorni solenni che noi tutti abbiamo imparato a conoscere fin da piccoli ma che non fa mai male ricordare.
A distanza di 90 anni da quel giorno e pur considerando che i tempi sono giustamente cambiati, vorrei fare alcune considerazioni, amare quanto Vi pare, ma sacrosante.
Pensare che, nel 2011, una proposta di legge venga approvata in meno di 10 giorni e pure di agosto, tra commissioni parlamentari, dibattiti vari, richieste di dimissioni, dichiarazioni dei padani e dei Vescovi, interventi delle tante associazioni, mi sembra una vera utopia.
Oggi il Vittoriano, l’Altare della Patria, è talvolta luogo delle cerimonie istituzionali ma è sempre testimone silenzioso di atteggiamenti spesso poco consoni (eufemismo) da parte dei visitatori; il tutto nell’indifferenza e nell’incapacità, da parte di tutti coloro che sono preposti alla vigilanza, di impedire quelli che ritengo veri e propri sacrilegi.
Ma noi siamo un paese democratico: il 15 ottobre una cerimonia all’Altare della Patria è stata drasticamente ridimensionata perché nello stesso giorno era previsto il corteo degli indignati! L’importante è non dare fastidio a certi galantuomini!

Carlo Maria.