sabato 25 febbraio 2012

Per schiarirsi le idee

Ultimamente, tutti i sindacalisti, alcuni opinionisti impegnati e qualche politico, affermano con una certa frequenza che l’art. 18 dello Statuto del lavoratori rappresenta la massima espressione della democrazia e del riconoscimento della dignità del lavoratore. A me sembra una frase ridondante e priva di significato concreto perché distoglie l’attenzione dal vero effetto che questo articolo ha generato: la piena ed indiscussa intromissione di un soggetto terzo (il giudice) in un rapporto giuridico fra due soggetti distinti, il lavoratore ed il datore di lavoro.
Il titolo di questo articolo è “reintegrazione sul posto del lavoro” e dispone appunto la reintegrazione nel posto di lavoro (oltre al risarcimento dei danni) del lavoratore licenziato, in caso di licenziamento illegittimo (privo di motivazioni o ingiustificato o discriminatorio). Contrariamente alla convinzione di molti, esso, quindi, non fa alcun riferimento al fatto che il licenziamento possa essere considerato valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo ma legittima il giudice adito ad imporre la continuazione di un rapporto che una delle parti avrebbe voluto risolvere. Già questo, di per sé, rappresenta l’esatto contrario di uno degli elementi cardine del nostro Diritto privato e cioè che un contratto è valido solo se espressione della libera ed incondizionata volontà delle parti. Mi si obietterà che la reintegrazione garantisce il posto a chi è illegittimamente licenziato e distoglie il datore di lavoro dal sentirsi dominatore della vita e della dignità del lavoratore ma queste considerazioni, sacrosante nel principio, sono realmente valide solo se si verificassero due condizioni: la prima, di carattere giuridico, attiene ai presupposti per definire un licenziamento lecito od illecito; la seconda, di natura economica, riguarda l’effettiva libertà imprenditoriale. Nell’analizzare il primo elemento, la reale illeceità del licenziamento, mi discosterò da una linea di condotta che ho sempre tenuto e che mantengo: il considerare la Magistratura, nel proprio insieme, equa nel giudicare ed imparziale verso le ideologie. Ciò non per volubilità di pensiero ma per obiettiva analisi del fatto specifico perché è innegabile che le cause di lavoro possano essere considerate l’eccezione che conferma la regola.
Sino agli anni 2005/6 gli avvocati che seguivano questo tipo di cause contro i lavoratori partivano con la matematica certezza che le probabilità di vincere non fossero superiori al 20% (oggi siamo arrivati al 40%). I giudicanti, prima pretori e poi giovani giudici togati, affrontavano il processo con il presupposto che il datore di lavoro fosse la parte più forte perché poteva permettersi gli avvocati più bravi ed era in grado di predisporre ad hoc tutti gli elementi necessari per legittimare il licenziamento. Molti di questi giudici appartenevano a magistratura democratica e nella controversia si identificavano come paladini a sostegno dei più deboli nella continua ed iniqua lotta di classe. Naturalmente nessuno si discostava dalla legge ma i limiti interpretativi circa la valenza della giusta causa o del giustificato motivo erano e sono talmente ampi che le convinzioni personali del giudice prevalevano e ancora prevalgono sia sui dati di fatto che su quelli di diritto. Non esiste quindi alcun obiettivo, certo ed univoco elemento che possa portare ad affermare che un licenziamento sia o meno legittimo (casi macroscopici ed evidenti a parte) Sul secondo aspetto, quello che riguarda la libertà imprenditoriale, non possiamo definire questa assoluta e per comprenderne i limiti dovremmo analizzare i presupposti esistenti al momento in cui le parti hanno perfezionato il rapporto di lavoro. L’imprenditore privato investe risorse nell’impresa con l’unico obiettivo di ricavare profitto e questo è il principio cardine dell’economia di mercato. Il profitto, si sa, è la sommatoria fra costi e ricavi ed uno dei componenti più importanti dei costi è rappresentato dal personale. Non si può, quindi, negare all’imprenditore di incidere liberamente anche sui costi del personale per mantenere un profitto adeguato e in linea con quello esistente al momento dell’assunzione; si può e si deve contrastare quando l’unilaterale volontà viene espressa per interessi diversi .
Cercherò di spiegare con un esempio ciò che voglio dire: se ho investito e strutturato la mia impresa per guadagnare 100 e in un determinato anno guadagno 90, devo poter diminuire i costi, anche licenziando, per ritornare a guadagnare 100, in questo caso il licenziamento sarebbe legittimo perché sono cambiati i presupposti esistenti al momento dell’assunzione (guadagno di 100). Al contrario, se ritengo che la diminuzione della forza lavoro possa farmi guadagnare più di 100 e per questo licenzio, il licenziamento sarebbe illegittimo perché fatto ad esclusivo vantaggio di una delle parti.
 Un giurista economista di nome Marco Biagi aveva capito a fondo questo meccanismo ed aveva inventato il contratto a progetto; un contratto che non sanciva il legame a vita fra lavoratore e datore di lavoro ma che ne condizionava l’esistenza ad un progetto imprenditoriale condiviso i cui elementi avrebbero rappresentato i presupposti per la durata del rapporto di lavoro. I politici poi, com’è loro solito, hanno stravolto questo concetto inventandosi un contratto che ha generato l’evasione dei contributi previdenziali, l’evasione fiscale e il precariato giovanile.
Spero di non aver contribuito a confondere ancor più le idee in proposito ma il mio concetto può così riassumersi: se vogliamo una economia di mercato libera ed incondizionata non possiamo aggrapparci ad un assistenzialismo iniquo ed imposto attraverso l’interpretazione di leggi non chiare e, nel rapporto di lavoro, come in ogni altro tipo di rapporto economico, dobbiamo lasciare le parti libere di risolverlo. Naturalmente, la parte che dalla unilaterale risoluzione ne ha tratto un esclusivo ed ingiusto vantaggio, dovrà pagarne le conseguenze con un congruo risarcimento. Il giudice dovrà essere chiamato solo per quantificare questo risarcimento non per imporre una convivenza non voluta.
Un abbraccio a tutti,
Francesco.

giovedì 23 febbraio 2012

Ma i Tecnici non devono?!

La nostra attiva e fattiva partecipazione alle “missioni di pace” sotto l’egida di Organizzazioni internazionali ci ha, purtroppo, abituati a dover mettere in conto che tale partecipazione può non essere indolore; così, abbiamo “imparato” a piangere i nostri Soldati che, in ottemperanza al dovere, sono rientrati in Patria in una bara avvolta dal Tricolore.
Anche il 22 febbraio, questo pietoso rituale si ripetuto con l’arrivo a Ciampino dell’aereo militare che ha rimpatriato le Salme dei nostri commilitoni Francesco Currò, Francesco Messineo e Luca Valente, che hanno perso le loro giovani vite “solo” per un banale incidente e non per una pallottola o per lo scoppio di una mina.
Ma il 22 febbraio è stato un giorno diverso; il 22 febbraio quelle tre Salme non sono state accolte con gli onori che erano stati giustamente tributati ai loro sventurati predecessori; il 22 febbraio, ad accoglierLe, c’erano solo i loro Vertici militari (e non tutti) e l’Ordinario; il 22 febbraio, nessun telegiornale è riuscito a trovare un minutino per rendere compartecipi milioni di telespettatori del dolore dei loro Cari.
E’ stato un rientro “in sordina”, quasi si fosse voluto sottolineare la “differenza” tra una morte per fuoco ed una per cause accidentali; ma la Nera Signora, di queste differenze, non ne fà: sta a chi è scampato alla sua spietata ed inesorabile falce onorare in egual misura tutti coloro che sono caduti “in servizio e per cause di servizio”.
Da Militare, sono uso al massimo rispetto delle Istituzioni e, quando le decisioni prese non sono in linea con i miei convincimenti, mi sforzo (ma non sempre ci riesco) di esternare il mio dissenso con toni il più possibili pacati e sicuramente non offensivi; ma di fronte alla Morte è molto difficile accettare “pacatamente” quella che, a tutti gli effetti, appare, ripeto “appare” una discriminazione.
Quelle povere Salme sono state ricaricate su degli aerei per far rientro ai rispettivi paesi di origine, alla chetichella; per Loro non ci saranno le solenni esequie nella basilica di Santa Maria degli Angeli; per Loro, non ci sarà l’aulico sermone dell’Ordinario, né ci sarà il commosso ed affettuoso saluto di migliaia di Italiani: dovranno accontentarsi di qualcosa di più semplice, di un qualcosa di casareccio ma, sicuramente, più sincero.
Credetemi, non avrei mai voluto scrivere di eventi del genere, per il semplice fatto che non avrei mai immaginato che potessero verificarsi; ma, tant’è: non c’è mai limite al peggio!
Quanto accaduto mi riporta alla mente talune esternazioni di esimi "opinionisti" che, allacciandosi agli onori funebri tributati ai nostri Caduti, dissertavano sul fatto che, gli stessi, non fossero dovuti: almeno fintanto che analogo tributo non fosse riservato a quanti perdono la vita sul luogo di lavoro.
Mi riesce difficile esprimermi al riguardo, perché non esistono e non devono esistere Morti di categorie diverse; però, oggi questo distinguo si è concretato: almeno per quanto riguarda i Caduti militari.
Un triste abbraccio,
Ettore.

lunedì 20 febbraio 2012

In punto di Diritto

La situazione in cui si è venuta a trovare nel mare indiano la scorta armata della nostra Marina Militare ad un bastimento di una società italiana, battente bandiera italiana, non ha precedenti. Quanto viene riportato dalla stampa, con tutte le possibili omissioni dovute alla secretazione di alcuni passaggi, riproduce abbastanza chiaramente il clima in cui si svolge la vicenda.
Due Fanti di Marina, appartenenti ad un Corpo di élite, imbarcati sulla nave, hanno esploso colpi di arma da fuoco contro un’imbarcazione che, con atteggiamento sospetto, si stava avvicinando al cargo affidato alla loro tutela. L’azione ha comportato la morte di due cittadini indiani.
In punto di Diritto, abbandonata la cronaca e lasciando al loro lavoro tutti coloro –e sono tanti- che si stanno a vario titolo occupando dell’ incidente, desidero sottoporre alla Vostra attenzione, con alcune sintetiche osservazioni, ciò che emerge, a termini di diritto internazionale, nel caso.
Premesso che la nave è suolo italiano e che i due marinai, al pari degli altri loro colleghi su di essa imbarcati, operavano come “ agenti” per conto dello Stato italiano, ai fini della responsabilità internazionale, occorre accertare – e da qui partire- dove sia avvenuto il fatto: acque internazionali o nazionali, per stabilire quale debba essere la giurisdizione e, di conseguenza, quale autorità giudiziaria – italiana o indiana – sia competente per la valutazione dei fatti.
Ammesso che ciò sia facile -ed è questa l’opera svolta in queste ore dai nostri diplomatici- è possibile prevedere ulteriori accadimenti, laddove l’incidente fosse dichiarato come avvenuto in acque territoriali indiane. Mentre si deve dare per scontato un intenso e partecipato coinvolgimento delle parti italiane competenti -Ministeri Affari Esteri, Difesa, Giustizia-, qualora i nostri “agenti” venissero giudicati quali colpevoli dell’omicidio dei due cittadini indiani, lo Stato italiano potrebbe essere chiamato a rispondere per un atto internazionalmente illecito. Il comportamento dei Suoi organi, i due marinai, deve “essere considerato come condotta di un organo di uno Stato “ (CIG -Corte Internazionale di Giustizia- sentenza 19 dicembre 2005, Attività militari sul territorio del Congo c. Uganda, in Riv.dir. int. 2006, 145 ss par 21 3 ).
Quanto sopra, e concludo, serve a comprendere in quale grave situazione si è posta l’ Italia ed a quale gravissimo rischio sono esposti, oggi come in futuro, i nostri Militari impiegati in questo tipo di missioni, se è vero che la pena prevista per la fattispecie considerata dal Codice Penale indiano è la pena di morte.
Quando, qualche mese fa, su queste pagine, esprimevo, con i miei dubbi, il mio dissenso all’operazione, mi riferivo a queste problematiche che, purtroppo, non fanno presagire nulla di buono per l’immediato futuro.

Carlo Minchiotti (*)

(*) Professore a Contratto di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi del Molise.

giovedì 16 febbraio 2012

Vizi e Virtù

In un superbo (almeno per me) editoriale sul “Corriere” dell’11 febbraio scorso, Beppe Severgnini riporta questa metafora pronunciata nell’autunno scorso dalla Signora Marcegaglia, a proposito della situazione italiana: “Il misero uccelletto al quale i cacciatori tirano con la funicella la gamba per farlo saltare”.
Il citato editorialista – per me molto valido nonostante la sua pervicace e sbandierata fede interista- fà, da par suo, una lunga e motivata disanima dei pregi e dei vizi italici, addivenendo alla conclusione che, se incoraggiati e sostenuti, i primi non potranno non prevalere sui secondi. Scendendo di tanti livelli, vorrei dire anch’io la mia, partendo dall’assioma che, forse e per troppo tempo, noi ci siamo crogiolati nella convinzione (o meglio, scusa) che i vizi fossero talmente tali e tanti da non lasciare speranze circa la capacità/volontà di uscire dalla crisi, trascurando, però, di dire o di considerare che la mancata valorizzazione dei pregi e delle virtù nascondesse quasi il timore che potessero dare una raddrizzatina alla baracca.
Vedete, personalmente ho sempre diffidato di quegli uomini/donne che vanno sbandierando di avere la moglie/marito, con annessi figli, “migliori di tutti”, così come diffido di quei Popoli, di quei Paesi che si presentano come i messia di nuove verità salvatrici; ne diffido, perché i fatti poi ci dicono che, nell’uno e nell’altro caso, si spazza lo sporco nascondendolo sotto il tappeto: non si vede ma c’è!
Tutta questa bella premessa, per dire che non è vero che l’Italiano sia lo stereotipo di lassismo, di menefreghismo e di superficialità con cui viene percepito nel mondo; non è vero, perché sono convinto che sia “l’ambiente sociale” in cui uno vive a favorire il prevalere di un carattere comportamentale piuttosto di un altro, fino ad atrofizzare gli altri che non si coniugano o che sono in contrapposizione con quell’ambiente.
 A sostegno di ciò – e ben conscio di fare incavolare Carlino con un’altra delle mie “citazioni a 360°”-, riporto questo pensiero di Aristotele che, in quanto a “pensieri”, non era certo secondo a nessuno: “Noi siamo quello che facciamo ripetutamente” che, tradotto nel nostro caso, potrebbe suonare come : se siamo abituati a vivere in una società in cui i totem di riferimento sono la furbizia, l’ingordigia, il pressappochismo, la disonestà....che vogliamo pretendere?!
Sono, questi, “mali” individuali che, in uno Stato serio, sarebbero combattuti con ferocia e, forse, anche debellati; il guaio è che da noi questi mali hanno infettato le istituzioni stesse, quelle che (sempre in uno Stato serio) dovrebbero essere, al contempo: specchio di riferimento, tenaci custodi del corretto vivere, nonché immuni da ogni stereotipo.
Ditemi Voi cosa possiamo sperare noi se, da più di un ventennio, abbiamo mandato a governarci veri e propri catalizzatori di stereotipi!!!
Ora sembra che le cose stiano incanalandosi nel verso giusto: si parla dopo aver fatto; si discute ma non si concerta; si ha il coraggio di agire per il bene comune, anche se al momento amaro; si rispolvera il desueto termine “responsabilità"  per evitare scelte sciagurate (vedasi le Olimpiadi di Roma); forse si riesce a par pagare l'Ici pure a preti, partiti e sindacati; si cerca, insomma, di mettere un po’ di pezze sullo sbrindellato abituccio italico: certo che di “pezze” ce ne vorranno tante ma tante che sarà difficile arrivare ad avere un abito decente in tempi brevi.
Il timore è che si potrebbe trattare di un fuoco di paglia e che, dopo aver assaporato l’ebbrezza dell’efficienza e della serietà, si ritorni allo squallore ed allo sperpero; però io ho fiducia, non certo nel politicume attuale (ma quello futuro non credo sarà meglio!), quanto nel fatto che gli Italiani, presa finalmente coscienza di come si erano ridotti, saranno capaci di tornare a far prevalere le loro virtù millenarie che non meritano affatto di essere distrutte dalle sciatterie (eufemismo) degli ultimi decenni.
Ciao a Tutti,
 Ettore.

domenica 12 febbraio 2012

Spesciate

Non ho le capacità che ha Gianni Bernardi che ha magistralmente commentato e pubblicato sul suo blog il link per godersi la performance di Brignano che ironizza sulla gestione dell’ultima “emergenza” che ha colpito l’Urbe: la neve.
Allora riporto pari pari quello che il comico ha detto negli ultimi 40 secondi:
"Al ministro della Difesa: se l'Esercito italiano per difendermi dalla neve vuole 60 euro al giorno a sordato, per difendermi dal nemico quanto vole? Parlamose chiaro, sennò io mi arrendo subito, lo dico per voi". 
Io non voglio essere cattivo come Gianni (ma come dargli torto?) nei confronti di quest’uomo che, pur di far cassa, apre bocca e gli dà fiato, come hanno fatto Sindaci incapaci e giornalisti frettolosi, che, per un giornalista serio, è sinonimo di incapacità; dico solo che, con una sparata simile, ha vanificato quella freschezza (talvolta anche intelligente) che aveva caratterizzato la sua comicità e si è pure beccato -sulla sua pagina face book- le reazioni veementi ed incazzate di decine di “semplici” militari.
Io me la prendo con i nostri Vertici che subiscono passivamente queste ondate di calunnie o, con una botta di ardimentosa audacia, si limitano a diramare “comunicati” che leggono solo pochi eletti.
Io me la prendo con Loro perché non hanno la forza di gridare che gli unici in questo sventurato Paese sono gli uomini (e mò pure le donne!) in uniforme (compresi anche gli appartenenti ai Corpi armati dello Stato) che sono sempre pronti, sempre allertati, sempre con il piede sull’acceleratore per accorrere laddove l’inefficienza dei “civili” ha aggiunto disastri al disastro.
Io me la prendo con Loro perché non hanno mandato nessuno in televisione a fare sonore e motivate (dalla legge) smentite o, se non c’era nessuno telegenicamente adatto, inviare alle redazioni dei maggiori telegiornali un comunicato, con l’obbligo di leggerlo nelle edizioni di massimo ascolto.
Io me la prendo con Loro perché le conseguenze della sindrome di Asperger di cui sembra siano affetti, non solo ci fa stare alla berlina giorni e giorni ma continua a relegarci in quell’angolino sperduto in fondo a destra dell’universo istituzionale, tanto da indurre qualcuno, ora come allora, ad arrogarsi il diritto di accusarci di “stare rinchiusi tra i muri delle vostre caserme”; come si dice: cornuti e mazziati!!!
Per quanto mi riguarda, nel piccolo del mondo in cui vivo, non tralascio occasione per smentire queste (ed altre) falsità, anche se nessuno mi fila.....almeno fino al verificarsi della prossima emergenza.
Un abbraccio a tutti,
Ettore.

giovedì 9 febbraio 2012

10 febbraio: la Giornata del Ricordo

Al termine del secondo anno di Applicazione (agosto 1970), il corso di Fanteria e Cavalleria effettuò un viaggio alla frontiera orientale per avere una prima idea di quei territori che per molti di noi sarebbero stati, nell’immediato futuro, un pane quotidiano.
Durante la sosta a Trieste, facendo uno strappo al rigido programma, Claudio Magris ci portò a Basovizza, luogo per me fino ad allora sconosciuto, per farci vedere una lapide bianca che ricordava l’ingresso di una cavità del terreno. Quello che mi colpì, nella mia totale ignoranza di quanto rappresentava, fu una delle scritte su quel marmo: “500 metri cubi contenenti salme infoibati”.
Claudio ci spiegò il significato di quelle parole e ci raccontò che cosa era successo 25 anni prima. Basovizza è una delle decine di foibe che vennero utilizzate dai partigiani slavi per liberarsi di coloro che ritenevano contrari alle loro mire sulla Venezia Giulia. La prima ondata di violenza esplose subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non comunisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando la Jugoslavia occupa Trieste, Gorizia e l’Istria. Le truppe del Maresciallo Tito si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le foibe, ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Nel maggio del 1945, era stato uno dei luoghi di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti di Tito. Le vittime destinate ad essere precipitate nelle voragini, venivano prelevate dalle loro case e portate nei pressi della foiba, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, quindi erano sospinte a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo, chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate.
Per chiarire ulteriormente la posizione e le responsabilità politiche avute dal partito comunista italiano nell’evolversi della situazione dei Giuliano-Dalmati, basta rifarsi alla lettera che Togliatti inviò nel 1945 all’allora Presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. In questa missiva, consultabile nell'Archivio Centrale dello Stato a Roma, Togliatti arrivò a minacciare una guerra civile se il CLNAI avesse ordinato ai partigiani italiani di prendere sotto il proprio controllo la Venezia-Giulia, evitando in tal modo l'occupazione e l'annessione de facto alla Jugoslavia Quello che più stupisce è che questi avvenimenti sono stati tenuti sotto silenzio per molto tempo, sia per non interferire nella politica di non allineamento del Maresciallo Tito, sia per non rivelare particolari accordi tra il maggiore partito di opposizione italiano e l’Unione Sovietica.
Bisogna attendere il 3 novembre 1991 quando l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si reca a Basovizza e, inginocchiandosi di fronte alla lapide, chiede perdono a tutti
gli infoibati per la voluta consapevole dimenticanza della classe politica durata quasi mezzo secolo. Il 30 marzo 2004 una legge dello Stato istituisce la Giornata del Ricordo”, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo dei Giuliano-Dalmati dalle loro terre d’origine, da celebrarsi il 10 febbraio, anniversario del trattato di Pace di Parigi del 1947 che sanciva il passaggio alla Jugoslavia dell’Istria, di Fiume e di Zara.
Stringiamoci nel Ricordo di quelle Vittime innocenti e per troppo tempo dimenticate,
Carlo Maria

martedì 7 febbraio 2012

Capitani coraggiosi

Non possiamo risentirci se, in mezzo mondo, ci sberleffano perché tutto quello che succede in Italia è sempre in bilico tra la tragedia e la farsa, tra il pressappochismo e l’incuria, tra la superficialità ed il menefreghismo, tra la smania di protagonismo ed il tornaconto personale, tra un ipocrita buonismo e lo sperpero di risorse.
Quasi per un incontrollabile masochismo, in questo scorcio del 2012 siamo riusciti a dare in pasto agli attoniti osservatori altri due eventi che rientrano benissimo negli stereotipi di cui sopra e cioè: il naufragio della Concordia e la “nevicata” su Roma, come dire dalla nave alla neve!
Due eventi, “gestiti” da due capitani coraggiosi, che hanno diversi, preoccupanti punti in comune: entrambi sono stati “ingannati”, uno da una carta nautica che non riportava lo scoglio fatale e l’altro da un bollettino meteo “menzognero”; entrambi hanno affidato ai media i loro puerili scaricabarile, per giustificare una tragedia dovuta solo alla loro imperizia; entrambi hanno avuto bisogno di una “sala operativa” che li richiamasse e li spronasse alle loro responsabilità con perentori “vadaabordocazzo” e “prendilapalaepulisci”; entrambi hanno avuto bisogno di ricorrere alla professionalità ed alla disponibilità di quelle Forze Armate che si definiscono “inutili”....salvo che quando servono.
In entrambi i casi, non c’è stato niente che possa essere ricondotto ad una “normalità comportamentale”, laddove con tale termine intendo indicare: il rispetto delle procedure, la capacità organizzativa, la salvaguardia della vita di migliaia di persone, il rispetto della dignità, nemmeno della propria.
Ma veniamo (e non per campanilismo) a Roma, questa poveraccia che vive solo di passato e che assurge a “calamità nazionale” sia quando piove sia quando nevica; questa povera ex Urbe, in mano a degli incompetenti dove è impossibile trovare pure straccio di “esperto” che sappia leggere i bollettini meteo, che conosca la relazione tra millimetri di pioggia e centimetri di neve o che sappia organizzare la manutenzione fognaria; questa bistrattata Città eterna che, di “eterno”, ha solo il clientelarismo, l’inefficienza e la panacea del volemose bene.
E, così, è successo! E’ successo che sono bastati pochi centimetri di neve per paralizzare l’intera città, in un mese come febbraio che dovrebbe indurre a pensare più a precipitazioni del genere che alla tintarella; è successo che i mezzi pubblici non potevano circolare per mancanza di catene; è successo che il Sindaco ha invitato i cittadini a contribuire a spalare la neve davanti alle proprie abitazioni (come è giusto), magari non pensando che i Romani non sono come i cittadini di Bressanone che, di pala, ne hanno almeno una a testa, come insegna Gabrio.
Ma è successo anche che è iniziato subito lo sport in cui i politici italioti sono insuperati ed insuperabili campioni: il bipolarismo delle responsabilità. Quando succedono di queste cose, c’è sempre un altro cui addossare la responsabilità o, quanto meno, a condividerla; c’è sempre un altro che non ci ha messo nelle condizioni migliori; c’è sempre un altro che ha ritardato ad aiutarci. Mai che un cosiddetto politico ammetta di non aver agito con la tempestività e con i mezzi che la situazione postulava; mai che inizi un repulisti stile pogrom tra i vari mangiapane tradimento che pullulano nella sua corte; mai che denunci qualcuno dei suddetti per manifesta incapacità: mai!!!
Ed invece, cosa succede? Succede che la buttano subito in politica (classica cortina fumogena) ben sapendo che, dopo l’inevitabile mareggiata di chiacchiere, tutto ritornerà come prima, anzi peggio di prima perché, per sopperire alle insanabili magagne interne, si ricorrerà a dispendiose “consulenze esterne”: tanto paga Pantalone! Nella fattispecie, però, il Sindaco è andato oltre: con protervia, ha continuato a recitare quella parte ma è scivolato (è proprio il caso di dirlo) su una lastra, non di ghiaccio, ma di pietosa arroganza, per di più davanti a milioni di telespettatori.
Se Dio deve salvare il Re, a noi chi ci salva?!
Un abbraccio a Tutti,
Ettore.

domenica 5 febbraio 2012

Gli infallibili

Le mie lontane reminescenze catechistiche mi davano sino ad oggi una certezza: il dogma dell’infallibilità pontificia nei suoi vari aspetti. Oggi leggendo i giornali questa certezza è crollata! Ci sono altre entità che possono avvalersi del predetto dogma: i Magistrati. E’ stato sufficiente che la Camera approvasse un emendamento sulla responsabilità civile dei Giudici, che la “casta dell’ermellino” insorgesse compatta parlando di vendetta politica, di provvedimento anticostituzionale, di minaccia alla libertà di giudizio. L’Associazione Nazionale Magistrati ha paventato uno sciopero ed il Segretario del Partito Democratico è salito al Colle per lamentarsi.
Nella nostra bella Italia tutti possono sbagliare: i medici, i militari, i dirigenti, i capitani delle navi di crociera. I magistrati NO. Nel caso in cui dovessero commettere un errore potete stare tranquilli: a loro non succederà nulla. Non importa che un referendum del 1987 abbia sancito la responsabilità del giudice in caso di errore. La legge Vassalli, emanata sull’argomento l’anno successivo, ha posto un numero così cospicuo di filtri per garantire l’autonomia dei giudici, che in pratica la legge è inapplicabile. Per questo motivo la Corte europea nel 2010 ha deferito l’Italia perché la legge Vassalli non tutela i cittadini.
Queste riflessioni mi danno lo spunto per raccontare come ho occupato i primi anni della mia pensione. Sono stato in giro per tribunali per difendermi da tre imputazioni relative a presunti reati da me commessi in servizio. Procedimenti esclusivamente indiziari basati di fatto sul nulla. Forse, sarebbe stato sufficiente interrogare a fondo il presunto reo, per accorgersi che le prove acquisite erano solo castelli in aria, creati ad arte da un mio “amico del cuore”. Lo Stato avrebbe evitato ingenti spese di istruttoria; il Procuratore Capo non avrebbe fatto una figura barbina partendo alla prima udienza lancia in resta per poi dileguarsi “schettino maniera”; il famoso Sostituto Procuratore militare (compagno di merende del mio “amico”) non avrebbe rimediato una sconfitta umiliante da parte del suo collega ed infine io non avrei dovuto sostenere ingenti spese legali. Non credo che questi “servitori dello Stato” abbiano dovuto rifondere tutto o in parte i costi sostenuti.
Ma tutto il male non viene per nuocere: le spese legali mi sono state rimborsate dallo Stato (altri costi per la comunità) e l’ipertensione derivata dalla particolare situazione mi ha procurato una causa di servizio con relativa pensione privilegiata.
Manca un particolare: “l’amico del cuore” è uno che ha dormito nelle stesse, gelide camerate in cui abbiamo dormito Noi tutti. Che amarezza!
Carlo Maria.

venerdì 3 febbraio 2012

Saremmo anche noi capaci, in Italia, di fare la stessa cosa?



(Q.d.B)

Autorevoli interventi

Autorevoli interventi, tante chiacchiere, giudizi di varia levatura accompagnano quotidianamente la nostra vita.
C’è chi si lamenta e chi- come i nostri furbi rappresentanti in Parlamento – piange su quanto non potrà più avere.
Se non fosse per parole nuove, come spread, futures, titoli di stato, guardate cosa scriveva solo duemila anni fa un nostro illustre Personaggio:

“ La finanza pubblica deve essere sana, il bilancio deve essere in pareggio, il debito pubblico deve essere ridotto, l’arroganza dell’amministrazione deve essere combattuta e controllata e l’aiuto ai paesi stranieri deve essere diminuito per evitare il fallimento di Roma. La popolazione deve ancora imparare a lavorare invece di vivere di sussidi pubblici”.
Cicerone, 55 a. C.
Non penso che servano molte parole per esaltare la grandezza di taluni uomini del passato e la pochezza dei nostri attuali reggitori, designati dai partiti ma non eletti da noi, della cosa pubblica.
Un abbraccio a Tutti,
Carlo Minchiotti