
Il titolo, naturalmente, fa riferimento ad una famosissima gag di Totò e non vuole minimamente scalfire la figura dei nostri caporali verso i quali nutro ammirazione e stima.
Nell’immaginario collettivo, il caporalato di Totò racchiudeva quella parte umana che, per volontà propria od imposizione, si privava di personalità ed amor proprio per assicurarsi una misera tranquillità garantita da chi decideva anche per loro. No, tranquillizzatevi, non voglio riproporre la solfa dei piccoli centri di potere che, attraverso i falsi messaggi dei media, intorpidiscono e governano le nostre menti, voglio parlare di noi che qualcosa abbiamo dato a questa società, di noi che abbiamo governato e vissuto gli anni della gioventù parlando di ideali, di noi che tante volte abbiamo imposto i nostri pensieri come se fossero verità assoluta; di noi sessantenni.
Certo ogni individualità vive questa età in maniera diversa dall’altra; alcuni continuano a lavorare a medi o ad alti livelli pubblici o privati; alcuni si godono i frutti del passato lavoro rintanandosi nella famiglia o nei luoghi che ritengono i più confortevoli; alcuni cercano di incrementare la pensione per piacere o anche per necessità; alcuni vivono di ricordi che idealizzano per sentirsi meglio o soffocano perché non si sentono realizzati; tutti, comunque, siamo considerati come parti di una passata generazione.
Questo concetto, che è visibile in ogni momento della nostra vita quotidiana, dai rapporti con i figli, con i collaboratori, con i condomini più giovani, con i compagni della nostra stessa età, è una discriminante che ci identifica e ci caratterizza indipendentemente da ciò che si è o si ha.
Eppure siamo in grado di fare tutto ciò che fanno quelli più giovani di noi; abbiamo esperienza, capacità fisiche ed intellettive, siamo anche più virili di tanti bamboccioni che si depilano o che si rintanano sotto la gonna dell’anziana mamma ….. perché, quindi, vogliono considerarci “sorpassati”!?.
Ho sempre pensato che questa convinzione sia un elemento intrinseco a ciascuna generazione temporale; una sorta di pensiero generale che nasce quando si raggiunge la consapevolezza dell’indipendenza e, conseguentemente, dell’onnipotenza. Sarebbe come se ci fosse un momento della vita in cui ci si sente talmente forti da non voler ascoltare più nessuno e in special modo coloro che sino a quel momento avevano imposto un loro imperio.
Col tempo, però, ho incominciato a guardare con diffidenza i luoghi comuni o le certezze preconfezionate e mi è balenato il dubbio che forse la convinzione sulla “passata generazione” non è un percorso obbligato per tutti i giovani che crescono ma piuttosto la rappresentazione reale che noi “anziani” diamo.
Quante volte ci rivolgiamo ai nostri interlocutori affermando che nulla è cambiato nel nostro modo di pensare o di fare e lo facciamo elencando i successi che abbiamo ottenuto; quante volte rappresentiamo le nostre esperienze per giustificare una unilaterale imposizione che non ammette repliche; quante volte tentiamo di far breccia sul gentil sesso evidenziando una galanteria che è propria della nostra “epoca” e che non trova riscontro nei “giovani di oggi”.
Ora credo che quando, anche inconsapevolmente, ci comportiamo in questo modo, siamo i primi ad etichettarci e finiamo per caratterizzare non la persona bensì la generazione di appartenenza. Perché lo facciamo!? …. Ciascuno di noi potrà dare mille risposte diverse a questa domanda; una motivazione potrebbe ricercarsi nella voglia di acquisire o millantare virtù e pregi che riteniamo esistenti semplicemente perché abbiamo alle spalle un vissuto; come se quel vissuto abbia la capacità di nascondere ogni nostra attuale cazzata e proteggerci da ogni effetto negativo del nostro fare ….. come se quel vissuto ci togliesse la necessità di essere uomini e ci relegasse nella tranquillità del caporalato.
Vi abbraccio
Francesco
Caro Francesco,
RispondiEliminagià ti avevo scritto che le tue riflessioni mi appaiono velate di un leggero pessimismo che mal si concilia con una persona che il suo "vissuto" l'ha vissuto alla grande e che continua a viverlo alla grande.
Ma chi te lo ha detto che il poggiarsi sulle esperienze passate e farle valere nei propri rapporti sociali sia sinonimo di "caporalato"?
Ci mancherebbe pure che, per essere "à la page" ci dovessimo piegare alle mode imperanti del momento che non sono né possono essere le nostre, non fosse altro per la diversa educazione e non parlo solo del bon ton.
Parlo della società in cui ci siamo formati, dove esistevano determinati Valori atavicamente secolari ed in cui il gap tra noi ed i nostri "vecchi" era decisamente inferiore a quello che esiste tra noi ed i nostri "giovani".
Io sono orgoglioso del mio "vissuto", cazzate comprese!
Lo sono perchè eè stato la concretazione di quello che volevo, di quello che desideravo, di quello che mi appagava.
Non credo che noi anziani anagrafici abbiamo qualcosa da invidiare ai giovani odierni cresciuti a botte di omogenizzati e tutti intenti a depilarsi, ad usare belletti e cremini e, ahimé, anche molto inclini a surrogare la mancanza di Ideali con tante schifezze.
No, caro Francesco, nei confronti di "questa" gioventù, non ho remore ad affermare che noi, delle famose tre "C", siamo contraddistinti dall'ultima: quella più alta!
Un abbraccio, Ettore.
No, carissimo Ettore, il mio non è pessimismo ... anzi è voglia di continuare a vivere come ho sempre vissuto, cercando di capire e penetrare nel giornaliero senza adagiarmi su ciò che ho fatto o su ciò che sono stato. A volte, però, mi accorgo che il vissuto mi rende intollerante verso qualcosa che forse dovrei capire piuttosto che giudicare.
RispondiEliminaTi abbraccio
Francesco