Era l’inizio dello scorso autunno quando io ed Anna passammo un piacevole fine settimana con alcuni compagni di corso e le rispettive consorti. Le ore passarono con la velocità di un fulmine dividendosi fra la degustazione di alcune leccornie emiliane e la musica dei favolosi anni sessanta. Non si parlò di politica e le stangate ora in atto non si conoscevano ancora; sfiorai il problema dello sviluppo economico e sociale con il solo Andrea Caso e, nella circostanza, alla sua domanda: “ma secondo te cosa bisognerebbe fare per migliorare la situazione?” risposi dicendo semplicemente:”bisogna eliminare la corruzione”. Andrea non commentò con parole la mia affermazione ma nel suo sguardo era evidente sia lo scetticismo che la rassegnazione: come è possibile che la panacea ai nostri problemi possa trovarsi nella lotta ad un male millenario che è insito nel genere umano!?
Oggi sia i politici che gli opinionisti delle varie fazioni e/o ideologie e lo stesso Clero, inneggiano alla lotta contro la corruzione come la madre di tutte le battaglie, come la guerra santa capace di ridare purezza ad un popolo corroso dall’egoismo e dalla cattiveria ma i destinatari di questo messaggio sino a che punto sono disposti ad ascoltare? e ancora.. sino a che punto sono disposti a combatterla?
La corruzione del politico o del pubblico funzionario ha enormi ripercussioni sul funzionamento dell’apparato statale, sui conti pubblici e sull’economia di mercato; è quella, cioè, che genera l’indebitamento pubblico, la cattiva funzionalità dei servizi pubblici e il decadimento dell’economia con la riduzione dei posti di lavoro e la conseguente recessione. No amici, non incominciate a storcere il naso e a giudicare con scetticismo le mie parole; ragionate con me sugli elementi qui introdotti e vedrete che arriverete alle mie stesse conclusioni.
Soffermiamoci sull’impatto nella economia di mercato - a mio avviso il più deleterio – e partiamo dall’assunto che lo Stato entra nell’economia sia indirizzandola (attraverso le partecipazioni ed i finanziamenti), sia in qualità di investitore. Nel primo caso è doveroso ricordare che lo Stato Corporativo, nato dalla necessità di superare i limiti del puro Stato liberale (limiti derivanti dall’infinito potere dell’alta borghesia imprenditrice a scapito della classe operaia) e dello Stato socialista (dove i ruoli si invertivano ma la solfa non cambiava) è stata un’idea tutta italiana (di Mussolini supportato da Corradini e Spirito) talmente valida ed innovativa che fu copiata anche dagli Stati Uniti. Il concetto era semplice, il dirigente statale, posto a capo delle corporazioni, era un elemento super partes che non fungeva da cinghia di trasmissione delle classi dominanti. Egli curava gli interessi del datore di lavoro e dei lavoratori, determinava i prezzi dei prodotti e premiava le imprese più redditizie chiudendo quelle che non erano capaci di reggere il mercato.
Sappiamo tutti come è finito il fascismo e sappiamo anche che molti suoi interventi hanno resistito al suo disfacimento con una filosofia, però, totalmente diversa; oggi lo Stato partecipa in molte imprese ed indirizza, attraverso leggi e finanziamenti agevolati, moltissimi settori dell’economia (pensate alle leggi sulle case, sulle trasmissioni via etere, sull’agricoltura sul settore automobilistico etc. etc etc.) ma i dirigenti pubblici, autori di queste leggi, non hanno lo spirito del primordiale Stato Corporativo e, al contrario di questo, perseguono sempre solo ed esclusivamente interessi di parte; perché lo fanno!?..si è propensi a pensare che lo facciano per interessi di partito ma poi si scopre che l’interesse è sempre personale perché è legato al denaro ed al potere. Chi si lascia corrompere e per questo acquista partecipazioni che non valgono il corrispettivo pagato o cede beni pubblici a prezzi irrisori o finanzia imprese fasulle, non sta a guardare quanto tutto questo costi alla comunità, sia direttamente, attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico o il depauperamento del patrimonio, sia indirettamente, riducendo le possibilità operative delle imprese che non ricorrono alla corruzione.
Quando lo Stato funge da investitore e paga beni o servizi non in relazione al loro effettivo valore e alla loro reale funzionalità bensì in funzione della mazzetta intascata dal personaggio che ha deciso quell’investimento, il costo per la comunità è molto più evidente ma, ciò nonostante, non del tutto compreso. Tangentopoli, da qualunque parte si voglia vedere, ha messo in luce un fenomeno dilagante per il quale lo Stato pagava fior di miliardi ad imprese che evadevano le tasse attraverso le false fatturazioni e fornivano prestazioni inadeguate non controllate dal corrotto di turno … pensate al conseguente indebitamento pubblico, all’evasione fiscale e alle imprese che hanno chiuso perché gli appalti venivano dati ai soliti noti. Al di la delle deprecabili esternazioni di alcuni PM, quale è stato l’impatto di tangentopoli sul popolo italico?....fra non molto beatificheranno Craxi crocifisso da una magistratura faziosa e di parte.
Ciò che maggiormente distingue il nostro dagli altri popoli “più evoluti” è proprio il modo di percepire la conoscenza di fatti disdicevoli che vedono come protagonisti/attori i nostri dirigenti. In Germania o negli Stati Uniti, ad esempio, basta la falsificazione di una tesi di laurea o la pubblicazione di un solo adultero rapporto orale per togliere credibilità a personaggi pubblici; da noi i furti, la corruzione le menzogne etc. etc. etc. non scalfiscono i nostri “ideali” di partito perché la colpa è degli altri o comunque “sono tutti uguali”.
Ecco caro Andrea (Caso) cosa intendevo dire con la mia apodittica affermazione sulla corruzione: impariamo ad escludere dalla vita politica e sociale tutti coloro (qualunque sia il partito di appartenenza) che abbiano dato fondato motivo per essere considerati corrotti o disonesti e le cose andranno senz’altro meglio. Pensa a quanti imputati, condannati, prescritti, comprati, etc. etc. siedono in Parlamento e vivono (bene) a spese nostre..credi che questi faranno mai qualcosa per la comunità?
Un abbraccio,
Francesco
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