martedì 10 aprile 2012

La guerra nella guerra

La massificazione delle notizie, la loro sovrapposizione, la rincorsa a ciò che può creare scandalo, rendono assai diverso il mondo attuale rispetto a quello che hanno vissuto i nostri genitori ed, in parte, abbiamo vissuto noi sino all’inizio degli anni ‘80. Chi, come noi Carabinieri, aveva l’obbligo di comunicare tempestivamente al Centro e, a scendere, fino al livello comando di gruppo, immediatamente superiore a quello del proprio livello,avvenimenti di rilievo, riusciva il più delle volte nell’intento. Le attività dei giornalisti, sempre che non fossero alimentate da scoop, giungevano successivamente . Questo apparente rallentamento del circuito mediatico consentiva il raggiungimento di un importante obiettivo: se da una parte , infatti, occorreva essere sempre molto attenti alla vita del territorio, dall’altra gli eventi importanti, l’omicidio, la strage, l’inondazione o il terremoto, restavano fermi nell’immaginario collettivo e non venivano facilmente dimenticati.
Perché tutto questo preambolo? Lo ho fatto per evidenziare come la Storia, anche se drammatica, sia stata vissuta da me, in questi ultimi venti anni, come un susseguirsi stratificato di emozioni, spesso difficili da incasellare e da mettere in relazione tra di loro. Ed allora ben vengano le rievocazioni, ancora più importanti quando servono a mobilitare coscienze, come la mia, sopite, quasi disinteressate. E, in questa ottica, ho tratto grande beneficio nel partecipare , in occasione del ventennale della Guerra di Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, all’anteprima della proiezione del film documentario “ MILLE GIORNI A SARAJEVO “ di Giancarlo Bocchi.
Siamo nel 1994,e l’Autore fa una scelta di vita: giornalista-regista, decide di documentare, stando con loro, l’impegno di tre cittadini di Sarajevo nella prima linea della loro Città martire. Accerchiata per mille giorni, gli abitanti non si definirono soldati, non si ritennero “impiegati della guerra”, difesero con tanto sacrificio, fino a quello della vita, il loro territorio.
Alija, ex funzionario televisivo, Graca, un grafico di un giornale, Hidajet, un ex manager di una grande azienda di Stato, si incamminavano al tramonto verso la prima linea e ritornavano la sera dopo, al calar delle tenebre. Sembrava che facessero un lavoro qualsiasi, capace di spezzare dentro anche l’uomo più coriaceo, facendogli accettare la banalità dell’orrore, la quotidianità dell’assassinio.
Bocchi ha avuto il merito di penetrare con gli occhi propri e della telecamera in una guerra così dolorosamente inspiegabile ed avvolta dalle nebbie della storia, come quella jugoslava, vivendo la drammaticità degli eventi , con un vissuto del tempo che è reale, correndo il rischio di essere colpito, accomunandosi ed accompagnandosi ai combattenti assediati, fin nelle loro ragioni di disperazione e rassegnazione, insieme.
La visione della pellicola, trentatre minuti, non lascia spazio a scene di sangue, di morte anche se la Morte è protagonista assoluta del filmato. Parlano di Essa i muri delle case, colpiti da cannonate senza risparmio, i boschi senza alberi, tagliati per la cottura dei cibi e per il riscaldamento, gli abiti a brandelli della popolazione, le corse disperate per l’attraversamento delle strade, sottoposte al tiro implacabile dei cecchini. E’ un film sul “ tempo ”. Della vita, della morte e della “Storia”. Il “tempo” sulla prima linea si dilata, fino a sembrare tutto irreale, senza tempo. Un minuto può durare un anno, un giorno una vita eterna. In trincea tutto si annulla. Un secolo intero, il ’900, si appiattisce tra le trincee della Prima guerra mondiale e quelle della Guerra di Bosnia. Vincitore di molti premi, il film, acquistato dalla RAI, non è stato mai programmato. Mancanza di sangue, assenza di morte evidente? Forse, se i tentativi di rimontarlo con spezzoni tragici di scene di quel martirio hanno trovato il netto rifiuto dell’Autore.
Anche il filmato “il tunnel segreto di Sarajevo”, di cui è stato proiettato uno spezzone della durata di tre minuti, è un documento unico, di rilevanza internazionale. Esso riprende il percorso sotterraneo dell’unica via di rifornimento dall’esterno della cinta di assedio verso la Città. I guadagni, realizzati per il noleggio orario dell’unica via di sopravvivenza, devono aver avuto ragione della più bieca cattiveria verso la popolazione . Ma la importanza della testimonianza non ha convinto la RAI del tempo che ne ha ostacolato l’acquisto poco prima della messa in onda. E , così , fu pure per il documentario “ Morte di un pacifista “ che svelava i retroscena dell’assassinio di Gabriele Moreno Locatelli, l’unico italiano che perse la vita durante l’assedio di Sarajevo. Il filmato portò all’apertura di un’inchiesta giudiziaria internazionale ed alla concessione dell’autorizzazione a procedere del Ministero della Giustizia per “omicidio politico commesso all’estero”. La pellicola in seguito fu acquistata e mandata in onda da TELE+ ( oggi Sky TV ).
A vent’anni dal conflitto si può dire che, all’epoca, ci fu “una guerra nella guerra”. Una guerra contro le falsificazioni, le manipolazioni, l’occultamento della verità. Una guerra combattuta da pochi contro molti. Una guerra triste, come tristi sono tutte le guerre, che ha visto morire 11600 abitanti di Sarajevo, che ha sterminato, ad opera di cecchini, 1100 persone di ogni età e sesso, bambini compresi.
Una guerra spietata, una città devastata, un’economia rimasta segnata dalla povertà e con minime speranze di affrancarsi dal mare oscuro delle divisioni etniche allorquando le forze di interposizione lasceranno quelle genti a regolare i loro conti di incultura, odio, ignoranza.
Una guerra dimenticata, in un’ Europa distratta e colpevolmente assente.
Un abbraccio a Tutti,
Carlo Minchiotti.

3 commenti:

  1. Io c'ero. Intorno a Sarajevo non a Sarajevo. Era vietato monitorare la situazione nella capitale Bosniaca. Mi piacerebbe che la Rai proiettasse questo ed altri documentari così da avvicinare la gente a questo immenso disastro, forse secondo solo allo sterminio nazista o della ex Urss. Ma vorrei anche aggiungere che tutta la guerra nell'ex Jugoslavia è un poliedro dalle mille facce che solo quando i mille interessi che l'hanno provocata, accesa e (finalmente) spenta saranno accantonati, tutta la vicenda apparirà nelle sue reali vesti "storiche". Vorrei raccontarvi che il dramma di Sarajevo durava ogni giorno dall'alba al tramonto con mille vicende di odio etnico, di interessi di una etnia contro l'altra. Ma dal tramonto all'alba era un'altra storia: accordi tra Serbi, Croati, Musulmani (Bosniaci) dettati da interessi economici comuni e (naturalmente) illegali passavano sopra le teste di quei tre poveri cittadini raccontati nel documentario ed arricchivano i "signori della guerra" ed i politici croati, serbi, montenegrini, Kosovari, che concordavano solo su una cosa: gli affari ci arricchiscono di notte e ci fanno giocare sulla pelle dei poveracci di giorno. Un solo esempio: per tutta la durata della guerra i serbi (serbo bosniaci)vendevano le armi ai Bosniaci (Musulmani) attraverso mediatori Croati. Un giorno vi racconterò bene la mia testimonianza e il mio ... documentario.

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  2. Caro Carlo, come sai io vivo a Sarajevo oramai da molti anni ed ho letto con emozione quello che hai scritto, l'emozione di chi ha visto pochi giorni fa le 11541 sedie rosse che hanno ricoperto per un tratto senza fine una strada centrale della citta'. Quando diciamo 11541 morti pensiamo a molte, moltissime persone, ma siamo ancora lontani dalla rappresentazione fisica espressa da quelle sedie, e da quelle delle sedie piccole a memoria dei bambini. Negli schermi scorrevano i nomi, senza fine, di uomini, donne, bambini e tutti civili, non soldati in guerra.Grande emozione e partecipazione nel vedere la commemorazione e le lacrime della gente.
    Voglio solo aggiungere, a rigore storico e per quanto io ne sia a conoscenza, che la convivenza tra religioni e nazioni ha caratterizzato per molto tempo la vita nei Balcani e soprattutto in Bosnia; moschee, chiese cattoliche ed ortodosse, sinagoghe sono nel centro di Sarajevo e non sono state danneggiate durante la guerra recente; i matrimoni tra persone di diverse nazioni erano numerosissimi. I serbi di Bosnia e di Serbia hanno aggredito le altre comunita' seguendo i miraggi di una visione sbagliata di una Grande Serbia dove una nazione avrebbe prevalso sulle altre che avrebbero dovuto sottomettersi o abbandonare il territorio o essere sterminati; questo e' valso contro i croati fino all'accordo tra Tudjman e Milosevic per la spartizione della Bosnia, e poi con gli effetti che conosciamo contro i musulmani. La pulizia etnica nei territori ad est, le fosse comuni piu' volte poi vuotate e rifatte altrove con i resti rimossi con le ruspe, gli stupri sistematici ed usati come armi comuni, l'assedio di Sarajevo, le stragi fatte in moltissime localita', villaggi e citta', fino al genocidio consumato a Sebrenica (8000 persone uccise in tre giorni)sono tutte operazioni deliberatamente realizzate dai reparti paramilitari e militari serbi contro i musulmani, chiamati da loro con spregio "i turchi".La distruzione di tutte le moschee esistenti a Banja Luka, oggi capitale della Repubblica Serba in Bosnia Herzegovina, l'incendio durante l'assedio della Biblioteca nazionale a Sarajevo, sono solo alcuni esempi della volonta' di distruggere una cultura.
    I crimini di guerra sono rimasti nella quasi loro totalita' impuniti ed i loro autori girano regolarmente per le strade di citta' e villaggi. Per favore, nessuno cada nella trappola di pensieri quali "tutti hanno fatto le stesse cose", "le atrocita' o i fatti commessi dagli uni, sono stati commessi anche dagli altri" etc; non e' cosi'. Ci sono stati aggressori violenti ed armati che hanno attaccato e ci sono le vittime che si sono difese; a Sarajevo ci sono stati gli assedianti ed i bombardamenti quotidiani e ci sono i cittadini che hanno subito l'assedio.Singoli episodi di criminalita' non cambiano lo svolgimento dei fatti.
    Ci sono molti libri e documenti, e mi piace segnalare questo sito con un museo virtuale degli strumenti di sopravvivenza utilizzati durante l'assedio: http://h.etf.unsa.ba/srp/project.htm .
    Vi chiedo scusa per la lunghezza del mio intervento.
    Un abbraccio a tutti
    Renato

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  3. Anche io ho avuto la ventura di trascorrere un po' di mesi in quelle terre martoriate: non a Sarajevo, bensì a Mostar,un gioiellino di città che la guerra aveva stuprato, facendole perdere forse per sempre la sua insuperabile bellezza.
    Non ho, logicamente, niente da aggiungere, soprattutto a quello che ha detto Renato che ha pittato una realtà che nessuno storico, nessun regista, nessun giornalista sarà mai in grado di riportare in tutta la sua drammaticità.
    Quello che mi ha colpito, invece, è stata la diffusa miseria che dominava una quotidianità apparentemente senza futuro, in special modo nella parte serba della Bosnia. Ho attraversato villaggi semi-fantasma, con abitazioni che cercavano disperatamente di ostentare un briciolo di decoro; con i rari abitanti dagli occhi spenti, sai di quegli occhi che non sanno vedere oltre i prossimi quindici minuti di vita ma che non rinunciano a trasmettere una fierezza atavica; il tutto avvolto e soffocato da una cappa di miseria che la si poteva tagliare con il coltello, tanto era spessa.
    Lo so che i compatrioti di quella gente si sono resi colpevoli del peggio del peggio; però, penso che l'approccio occidentale alla soluzione di quell'immane tragedia sia stato troppo manicheo, avendo operato una drastica scelta tra "buoni" (da aiutare e sostenere) e "cattivi" (da condannare e punire): Kosovo docet!
    Se poi a questo riconoscimento internazionale si aggiungono anche i milioni di dollari arabi ai musulmani bosniaci, forse si riesce a capire il perché del perdurare di enormi differenze; non voglio certo schierarmi ma....
    Un abbraccio,
    Ettore.

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