
Riflessioni di un vecchio compagno di corso
Carissimi
Ho lasciato l’esercito alla scadenza della ferma decennale e in considerazione del fatto che in Accademia ero piuttosto introverso (a parte quando rompevo i timpani per la mia voglia di cantare) certamente mi ricorderete in pochi.
Io Vi ricordo tutti e anche se la mia vita professionale m ha portato in un mondo totalmente diverso, ho mantenuto un affetto ed un legame nei confronti del mio Corso che non ha avuto bisogno di frequentazioni per alimentarsi.
Leonardo Modeo, capo corso del 151^ e cugino di mia moglie, dopo aver lasciato l’esercito, mi diceva che noi “fuoriusciti” ci sentiamo come preti spretati ma non credo che questo attributo mi si addica.
Ho avuto la fortuna di poter fare, sempre ed in ogni circostanza, quello che volevo e, avendo raggiunto tutti gli obiettivi prefissi, non ho ripensamenti o rimpianti sulle mie scelte.
Cos’è, quindi, che ti porta a voler rivedere e sentire persone e cose appartenenti ad un mondo tanto lontano nel tempo e tanto diverso da quello in cui vivi?
Se volessimo attingere dalle scienze che analizzano la psiche umana, potremmo attribuirne la responsabilità alla forza ammaliatrice ed ingannevole dei ricordi ma tale assunto franerebbe davanti al limite temporale che ci ha visto uniti in quella avventura; due anni sono una piccola cosa rispetto all’adolescenza e agli anni intercorsi fra la gioventù e la maturità.
Credo quindi che la motivazione sia da attribuire al particolare legame che si instaura tra l’Accademia e i suoi allievi; rapporto unico per la sua peculiarità ed inesistente in qualsiasi altra scuola o istituzione, sia essa pubblica o privata, dove è sempre prevalente la competizione interpersonale.
All’interno di quelle mura noi ci confrontavamo solo con i nostri personali limiti e, rispetto agli altri, avevamo la consapevolezza dell’uguaglianza e dell’equità perché le “raccomandazioni” o l’ipocrisia non attecchivano e coloro che erano considerati i migliori dimostravano con i fatti di avere gli attributi che Lei, mamma Accademia, richiedeva.
Chi ha avuto modo di analizzare i rapporti all’interno di una famiglia avrà riscontrato quanto sia forte e coinvolgente l’unione fra fratelli nei casi in cui, fra di essi, sussiste la convinzione di essere uguali rispetto ai genitori. Al contrario, anche il vincolo di sangue svanisce se si scontra con la frustrazione di essere considerato “diverso”.
L’Accademia, con i suoi principi ed i suoi organi, ci ha adottati nel periodo di maturità e formazione e, virtualmente, ha assunto, nei nostri confronti, tutte le mansioni genitoriali.
Vi considero, quindi, virtuali fratelli e leggo con piacere e curiosità i Vostri ricordi e le Vostre storie che dimostrano quanto mamma Accademia sia stata brava a forgiare i suoi figli con ideali che, a coloro che non l’hanno conosciuta, possono apparire anacronistici.
Mi piacerebbe, però, sentirVi e confrontarmi con Voi anche su questioni che riguardino la nostra vita presente e futura perché sono certo che, al di la delle personali idee politiche, ogni considerazione scaturirà dagli stessi semplici e sani principi che allora avevamo.
RicordateVi che non siamo vecchi e il meglio di noi stessi dobbiamo ancora darlo, magari non alla patria ma certamente a tutti coloro per i quali contiamo qualcosa.
Vi abbraccio
Francesco Miredi
Ettore così risponde :
Sono pienamente d’accordo con la tua analisi , caro Francesco , sul perché i componenti di un Corso - qualsiasi sia stato lo sviluppo della vita di ciascuno - si considerino come facenti parte di una ecclesia, all’interno della quale vigono regole comportamentali e Valori di riferimento difficilmente rapportabili ad analoghe strutture.
Ed il mio accordo è ancor più sentito perché deriva da quanto asserito da un autodefinito fuoriuscito che io invito a nemmeno lontanamente pensare di ritenersi tale, perché chi ha condiviso due anni con altri coetanei nelle stesse gelide camerate, lavandosi con un’acqua più gelida delle camerate, facendo leva sul puro istinto di sopravvivenza per accaparrarsi il “panino delle dieci”, rasentando l’oro olimpico nel diuturno slalom tra i paduli e la “tabella”....ebbene quell’uomo è stato e sarà sempre un componente di tutto rispetto di un Corso: figuriamoci poi se lo è del 150° “Montello”!
Tu ci inviti giustamente, caro Francesco, a “fare quattro chiacchiere” sul presente e, con invidiabile ottimismo, anche sul futuro che non può che essere nostro.
Non so se sia il caso di metterci a parlare delle nostre vite di Ausiliari, anche perché si cadrebbe inevitabilmente nel grande ed inesauribile pozzo dei ricordi, magari cedendo anche alla tentazione di pontificare: ai miei tempi! Personalmente, ho cercato di uscire un tantino dall’ habitat militare, dicendo la mia su due argomenti che ritenevo meritevoli di commento, come la questione della Striscia di Gaza e la triste vicenda di Eleuana; a ben vedere però, non è che abbiano suscitato tanto interesse!
Allora, sarebbe bene che lo stimolo venisse da te che hai vissuto una vita diversa dalla nostra e che sicuramente avrai gestito esperienze non riconducibili a nessuna delle nostre e che, proprio per questo, possono fornire l’appiglio per un confronto di idee, diciamo così, “a partiti contrapposti”, nel senso che si metterebbero a confronto situazioni “bilaterali” e non frutto dello stesso orticello.
Se poi il tuo invito riguarda la discussione su temi di attualità (che possono spaziare dalla situazione internazionale, a quella interna, fino al perché si consente a Mourinho di parlare), penso che ciascuno di noi sia in grado di esprimere valutazioni serene ed oneste su tantissimi argomenti (salvo gli interisti per l’ultimo).
Ciao Vecchio mio e....dacci il la!
(Ettore).
Nessun commento:
Posta un commento
Scrivi qui i tuoi commenti .