Caro Ettore (sulla crisi !?!)
Le mie riflessioni sono nate proprio perché il Tuo pensiero su Eluana non ha dato spunto ad alcun commento. Ponendo l’attenzione sul rapporto padre/figlia, a mio avviso, hai espresso un giudizio razionale e scevro da immissioni laiche o clericali; dimostrando, così, di voler pensare con la Tua testa.
Il Blog che Tu e Oliviero avete creato può essere sia un’oasi di ricordi, sia una fucina di idee rappresentate da persone mature che non hanno bisogno di platee ma che possono voler confrontarsi su questioni sociali e personali perché la pregnante comune formazione giovanile è una garanzia di libertà intellettuale.
A ciò aggiungi che la nostra età, se da una parte può limitare le nostre precedenti prestazioni fisiche, ci dà oggi il privilegio di saper superare l’istinto e di analizzare, in maniera ponderata, le nostre e le altrui risposte.
Ritornando al caso Eluana, ammiro il coraggio di suo padre e, probabilmente, se mi fossi trovato al suo posto, mi sarei comportato come lui ma siamo sicuri che Eluana volesse la stessa cosa!?.
L’istinto di conservazione ci lega alla vita anche nei casi più disperati ed è possibile conoscerne la forza solo quando sei personalmente coinvolto. Credo che Eluana, quando era giovane e bella, avesse realmente espresso il desiderio di non voler vivere una vita da vegetale ma nessuno può affermare, con certezza, che questo suo desiderio sia rimasto immutato nel tempo.
Per questo ritengo anche che il testamento biologico sia una “stortura” morale e giuridica. Le disposizioni “a futura memoria” possono valere solo in caso di morte attraverso il formale atto del testamento ma non possono essere considerate libere manifestazioni di volontà quando il soggetto che le ha espresse, pur vivendo, non è in grado di ratificarle al momento della loro applicazione.
In questo caso, a mio avviso, dovrebbero valere le regole in vigore per gli incapaci assoluti i quali sono assistiti da tutori, nella gran parte dei casi rappresentati dai parenti più stretti, controllati da organi giudiziari e penso che il papà di Eluana, con la sua battaglia, abbia voluto chiarire questo principio.
Passando ad altri argomenti, premetto che da juventito sfegatato sarei poco credibile se parlassi dell’inter e mi piacerebbe sentire il parere dei miei compagni di Corso sull’attuale crisi economica. Introduco l’argomento narrando due episodi che mi hanno coinvolto.
Uno dei miei tre figli, che di professione fa il fotografo pubblicitario, in un recente colloquio si è così espresso: “Papà in questo periodo sto lavorando tantissimo ma i clienti non pagano e alle mie rimostranze si trinceano dietro la scusa della crisi. Devo fare così anch’io con i miei fornitori ed i miei assistenti?”
Da molti anni assisto una ultra centenaria impresa lombarda la quale, a causa di crediti di difficile realizzo nei confronti di Enti Pubblici, si è trovata in stato di insolvenza con una esposizione verso il sistema bancario di oltre novanta milioni di euro. Circa sei mesi fa ho avuto una serie di incontri con i vertici delle banche interessate per verificare quale fosse il loro atteggiamento nei confronti del mio cliente e decidere, conseguentemente, la strategia da seguire. Ebbene, pur sapendo che il credito non sarebbe mai divenuto esigibile, la richiesta unanime delle banche è stata quella di mantenerlo e consolidarlo ( in un caso di aumentarlo) ma di non procedere con un concordato o con il fallimento perché questo avrebbe comportato loro una enorme perdita in bilancio.
Il La (inteso come nota musicale) che Tu mi chiedi può essere una riflessione sui seguenti punti:
- Può il mondo imprenditoriale sfruttare a proprio vantaggio una crisi dichiarata ancor prima che manifestata;
- La rappresentazione di una ricchezza apparente e virtuale ci aiuta realmente ad essere più ottimisti e a sconfiggere la crisi attraverso il consumismo;
- Può la ricerca del profitto personale, logica e legittima, di un imprenditore collimare con la ricerca di un benessere diffuso che dovrebbe essere propria di un politico.
Un caro abbraccio
Francesco
Si attendono risposte.
La risposta di Ettore:
Volendo si potrebbe ....... ma .
Il tema suggerito da Francesco non è proprio quello che si definisce “acqua fresca”, nel senso che è terribilmente serio e tale da aver condizionato la vita sociale di milioni e milioni di esseri umani, fin da quando qualcuno si inventò imprenditore e qualcun altro politico.
E, proprio perché l’argomento è serio, bisogna mettersi bene d’accordo sul significato che si vuol dare a collimare. Direi che si può scartare tranquillamente quello di “coincidere, corrispondere esattamente”, non fosse altro perché tale definizione difficilmente sarebbe applicabile, contemporaneamente, all’ambito privato ed a quello pubblico; mentre invece, “concorrere, mirare allo stesso fine” potrebbe attagliarsi meglio a descrivere una convergenza di sforzi verso un obiettivo che soddisfi l’uno e l’altro.
In questa ottica, entra in gioco –e da protagonista assoluto- il patrimonio deontologico di ciascuno dei protagonisti: garanti, l’uno di un’attività pro domo sua, l’altro di quella a favore della res publica.
Sono, queste, attività a prima vista incommensurabili, nel senso che appare estremamente difficile trovare un minimo comun denominatore tra un interesse privato, condizionato dalla continua ricerca del profitto ed a connotati prevalentemente “egoistici”, ed un interesse pubblico che, nell’accezione più pura, dovrebbe essere invece esente da interessi che non siano quelli della continua ricerca del benessere della collettività.
Però, riflettendoci bene, l’imprenditore è vero che si danna l’anima per allargare la propria attività o per inglobarne altre ma questa sua frenesia, producendo ricchezza, si traduce in benessere per i suoi dipendenti ed è monetizzabile in posti di lavoro, tasse con trattenute alla fonte, consumi e tutto quanto concorre a formare la ricchezza nazionale.
Analogo ragionamento si può applicare al politico che, pur beneficiando delle ricadute positive della sua posizione (in termini di voti ma anche di vile danaro, quindi un interesse personale), dovrebbe indirizzare le sue energie e le sue capacità al miglior impiego della ricchezza prodotta dall’imprenditore, in modo tale che l’intera comunità (che lui rappresenta per delega) possa crogiolarsi in un benessere diffuso.
Ho volutamente usato l’indicativo per ipotizzare le azioni dell’imprenditore ed il condizionale per quelle del politico e non per qualunquismo, quanto perché ritengo che l’imprenditore, giocando ”in casa”, abbia meno condizionamenti, meno remore a fare, mentre il politico, dovendo confrontarsi con le regole proprie del suo status, al massimo può proporre di fare.
Ed il punto è, a mio avviso, proprio questo: se il primo ha capacità, fantasia, spregiudicatezza e fortuna, si butta a capofitto in un qualcosa che lui intuisce essere “un buon affare”, non guarda in faccia a nessuno, va avanti fino al raggiungimento dell’obiettivo prefissato; in parole povere: osa e, se gli va bene, trae profitto lui e tutti quelli che da lui dipendono.
Il politico, invece, per la natura stessa del suo status, anche se fosse il più eclettico del mondo non può osare perché lui non è il padrone assoluto delle sue azioni, dei suoi pensieri, della sua individualità; magari, non lo fa per ignavia; magari, vorrebbe e forse potrebbe anche fare; magari, potrebbe essere anche sincero ma......lo steccato all’interno del quale è costretto a muoversi gli impedisce qualsiasi movimento di ampio respiro.
In definitiva, mentre l’imprenditore, se vuole evolversi (cioè, se vuole sempre maggior profitto) deve rischiare in prima persona, il politico non ha nemmeno la possibilità di tentare di evolversi ( e quindi di rischiare) se la logica del suo partito non glielo consente, per cui è portato “galleggiare” in una aurea mediocritas che gli garantisce comunque una posizione di privilegio ma che non gli consente di estrinsecare al meglio le sue presunte potenzialità. A meno che non abbia i cromosomi del capo ma qui entriamo in un altro discorso!
Non so se sono riuscito a rispondere al quesito di Francesco; però, spero di aver fatto capire che, secondo me, un buon imprenditore lo è e lo resta a prescindere dell’esistenza di un buon politico mentre non è assolutamente vero il contrario.
(Ettore)
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